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spira una letizia lustrale; quelli del «Calendimaggio» tutti odorosi delle rose fiorentine; quelli di «Montenero» scultorei: trovo mestamente leggiadra la «Ballata d’Autunno»; creata da un’ispirazione assai felice la «Quercia abbattuta». Molte bellezze s’incontrano pure nell’«Epistola Senese» in cui il Medio Evo è evocato efficacemente in un’ottava sola:

O sogni! o poesia! Sazie di stragi
prosternavansi a Dio nella pia mole
ferrate genti, cui ridean fra gli agi
corti d’amore e suoni di mandòle.
Allor surgean le cupole e i palagi,
fiorian le torri come steli al sole,
e per l’itale vie l’ossuta e cava
faccia di Dante in estasi passava.

Stupenda anche — sopratutto perchè è forte e vibrante d’un non so che di pietoso per l’irrequietezza umana — l’ode «Varcando gli Appennini». Altre due poesie, due sonetti, emergono pure dalla raccolta perchè trasfigurati da un turbamento gentile che dona loro una beltà tutta spirituale. Sono nel ciclo «D’oltremare». Eccone uno:

III.

Ma io, di notte, quando la campana
  rintocca i quarti delle vigili ore,
  e il grido delle scolte s’allontana
  di sui prossimi spaldi e lento muore,

penso che in faccia a noi, dentro un’arcana
  mole, v’han genti in quel sinistro orrore
  sepolte nel silenzio. E d’una strana
  pietà mi piange e mi trabocca il cuore.

Io penso agli angiporti ignoti al sole
  da cui scova la fame un volgo affranto
  popolator de la terribil mole,