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Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/74

64 illustri italiani

verseggia; ogni prelato si fa mecenate di qualche poeta. Li raccoglie e affratella l’Arcadia, società che tutti sbeffano, ma a cui tutti vogliono appartenere.

E in Arcadia, ed a prelati, e ai tanti abati, come s’intitolano gli addetti alle Corti cardinalizie, l’abate Monti recitava spesso versi, e un primo saggio ne stampò nel 1779, a soggetti sacri accostando elegie d’amore gemebondo.

Il ritorno dalle eleganzuccie leziose e dall’ampollosità sguajata già era non solo cominciato, ma ben progredito; il Parini aveva richiamato la poesia al ministero di civile educatrice; esso, e il Gozzi, il Cesarotti, il Mascheroni, avevano guarito il verso sciolto dall’idropica boria del Bettinelli e del Frugoni, per dargli agevolezza, potenza, varietà: Cosimo Betti, il Leonarducci, il Varano avevano ridesto il culto di Dante; Alfieri scolpiva con stilo di ferro il nome d’Italia e l’odio all’autorità; ma occorreva ancora senno e gusto per discernere non solo tra essi e i cattivi, ma anche tra i migliori, e voler sempre il bello semplice e universale. Inoltre, se le costoro innovazioni letterarie avevano guadagnato, non così le morali, che n’erano l’anima; e ancora si -riponeva l’essenza della poesia nella finzione, manifestata colle forme più squisite, giustificate dall’esempio; non connettevasi l’espressione colla ispirazione, colla realtà; anzi raccomandavasi ai giovani d’esercitarsi in ogni tema, per trovarsi poi atti a quello che occorresse. Tale fu educato il Monti, il quale, non creatore ma non ligio a veruna scuola, da tutte scelse il meglio, tutte imitò, tutte imbelli. Allorchè, dietro al suo Minzoni e al pittoresco Cassiani, fece i sonetti di Giuda, il vulgo letterario gli applause, savj amici gli mostrarono come scivolasse tra Ossian e il Marini, e principalmente l’abate Ennio Quirino Visconti lo dirizzò verso i Greci, e gli suggerì, poi gli lodò grandemente la Prosopopea di Pericle.

Per le nozze di Luigi e Costanza Braschi lesse nel Bosco Parrasio la Bellezza dell’Universo, e Roma ne folleggiò, e per più giorni (beati tempi!) altro non s’udiva che esaltar quelle frasi d’irreprensibile imitazione, quelle immagini evidenti, quelle perifrasi artificiose, quella varietà di rime, quella opportunità di poggiature, quel felice assortimento di parole lunghe e brevi, quella larga onda armonica, ove accoppiava la maestà de’ Latini, la limpidezza dei Cinquecentisti, la pompa dei Secentisti, le figure de’ coloristi, la fluidità de’ Frugo-