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Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/46

38 illustri italiani

di cenere e di miste pomiciasi fattamente riempivasi, che, o Vegli più lunga pezza vi si fosse indugiato, avrebbene avuta impedita l’uscita. Destato n’esce, e a Pomponiano e agli altri che vegliato avevano, ritorna. Si consigliano in comune se rimanere entro casa, o uscire all’aperto. Imperocchè dagli spessi e vasti scotimenti del suolo le case barcolavano dalle fondamenta; ma all’aperto si temeva la caduta delle leggiere e consumate pomici. Tuttavia, paragonati i pericoli, fu scelto questo. In lui la ragione, negli altri il timore prevalse. I guanciali sovrapposti al capo stringono coi fazzoletti, schermo contro ciò che cade dall’alto. Era ormai giorno altrove, ivi notte più scura e più fitta di tutte le altre notti, tuttavia rotta da molte faci e lumi. Si volle uscire in sul lido, e da presso vedere se conveniva mettersi al mare, che durava ancor grosso e contrario. Ivi sopra umile lenzuolo sdrajandosi, una prima e una seconda volta chiese acqua e bevve. Indi le fiamme e l’odore del solfo, messaggiero delle fiamme, pongono in fuga gli altri, lui fanno risentire. Appoggiato a due servi rizzossi in piedi, e tosto ricadde, essendogli stato il respiro, cred’io, impedito dal polveroso fumo, e serratogli lo stomaco, che da natura aveva sortito debole e stretto, e soggetto a frequenti bruciori. Come tornò il dì (era il terzo da quello, che aveva visto per ultimo) il corpo di lui fu trovato intero, illeso e coperto, come era vestito, in sembianza d’uomo dormente, anzichè morto. «Io e mia madre, frattanto, eravamo a Miseno. Ma ciò non appartiene alla storia, nè tu hai voluto sapere altro, che la fine di lui. Pongo termine dunque, aggiugnendo solo, aver io veracemente tenuto dietro a tutte le cose, in mezzo alle quali io fui, o che mi vennero subito udite, in tempo che segnatamente le cose vere si ripetono. Tu scegli le migliori. Imperocchè altro una lettera, altro la storia, altro’ a un amico, altro è scrivere a tutti. Sta sano».

A questa lettera, che i molti traduttori non pajonmi riusciti a rendere nè meno artifiziata nè più evidente, fa seguito quest’altra:

— Indotto dalla lettera, che richiesto ti scrissi intorno alla morte di mio zio, brami conoscere, lasciato che io fui a Miseno, quali timori non solamente, ma quali avventure io m’abbia sofferto. Quantunque rifuggami l’animo dal ricordare, comincerò Partito mio zio, il tempo spesi a studiare, chè non per altra ragione m’ero rimasto; poscia il bagno, la cena, un sonno inquieto e breve. Per molti giorni s’era antecedentemente sentito il tremuoto, ma non aveva fatto paura,