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Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/42

34 illustri italiani

cause nel fôro, fu procuratore di Nerone in Ispagna: richiamato da Vespasiano, nel secondo anno di questo ebbe il comando dell’armata navale di Miseno, là dove comincia il golfo di Napoli. Mentre vi dimorava, eruttò fiamme il Vesuvio. Di quest’unico vulcano del continente europeo, posto sette miglia a levante di Napoli, alto 1292 metri, si accennano tre eruzioni antichissime ed una del mille avanti Cristo1: ma la prima accertata avvenne il 79 dopo Cristo, dalla quale furono o sovverse o sepolte Taurania, Oplonte, Retina, Ercolano, Pompei, Stabia. Il primo novembre una nebbia trasparente copriva quell’incantevole golfo; grave e soffocante Paria,* mosse le onde senza che vento spirasse; divenute acri le acque dei pozzi; disseccato il Sarno; mofette di acido carbonico e miasmi sulfurei infettavano l’atmosfera. La popolazione di Pompei assisteva agli spettacoli quando il Vesuvio ruppe il sonno millennario, e tuoni e folgori rompeano la cupa notte, calata a mezzo il giorno. Lo spavento invade tutto e tutti: fiere ed uomini a fuggire da un grandinar di lapilli e ceneri e grossi basalti, da un irrompere di lave infocate: chi rifugge nelle cantine, chi si salva al mare: tre giorni durò il disastro, al cessar del quale Pompei non esisteva più, nè le vicine terre2.

  1. Dal 79 al 1036 sette sole eruzioni si ricordano, e non pare che, salvo nell’ultima, si osservassero torrenti di lava; le sostanze eruttate consistendo di lapilli, ceneri, frammenti di lava antica. Le altre eruzioni succedettero negli anni 1049 — 1138 — 1302 — 1306 — 1631 — 1666. D’allora in poi ne fu una successione con riposo non eccedente 10 anni, e le più violente ebbero luogo gli anni 1730 — 1766 — 1779 — 1794 — 1818 — 1822 — 1833 — 1834 e 1835 — 1839 — 1847 — 1850 — 1855 — 1861 — 1867 e 1868.
  2. La distruzione di Pompei fu tema di romanzi e tradizioni popolari, più che di studio severo, qual pare ve l’abbia recato ultimamente il signor Beulé. Da esso accertasi che numerose furono le vittime: le demolizioni prodotte dalle violente scosse del suolo seppellirono molti fuggitivi; altri rimasero murati vivi, o soffogati nei sotterranei, sia dall’accumularsi delle materie vulcaniche, sia dai torrenti di lava e di altre sostanze infocate sulla superficie; i più per soffocazione, il mostruoso fenomeno essendo accompagnato da gravi esalazioni di gas mefitici, cui i fuggitivi attraversando rimanevano asfisiati.
    Non può spiegarsi altrimenti la morte di Plinio a Stabbia. Si era sdrajato a terra, senza avvedersi d’essere avviluppato da un’atmosfera d’acido carbonico a fior di terra, che aveva prodotto in lui quel torpore vertiginoso che precede l’asfisia. Gli uomini, che gli sono accosto, lo sollevano per fuggire; ma egli ricade spirante. Suo nipote ne attribuiva la morte a soffocazione subitanea, proveniente da asma che da tempo lo tormentava; ma Beulé scrive: — Plinio morì perchè si era coricato a