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Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/24

16 illustri italiani


Preconizzato da affissi apocaliptici e dai giornali, arrivò a Parigi, prese sontuoso appartamento in via Saint-Claude, dove la sala decorata con lusso orientale, aveva il busto d’Ippocrate, e in un quadro nero a lettere d’oro leggevasi la preghiera universale: — Padre dell’universo, tu che tutti i popoli adorano col nome di Jeova, di Giove, di Signore, suprema e prima causa che nascondi a’ miei occhi la tua adorabile essenza, e non mi fai conoscere che la mia ignoranza e la tua bontà, dammi, in questo accecamento, di discernere il bene dal male, e di lasciare alla libertà umana i suoi diritti senza ledere

    sandro VII, il Borro stimò prudente ritirarsi a Milano (1655) continuando a far proseliti quivi e a Pavia. Pare strano che nè il Governo nè il Sant’Uffizio n’avessero sentore fino al marzo 1659: quando egli, sentendosi decretato d’arresto, stabilì un colpo risoluto; presentarsi sulla piazza di Milano fra’ suoi settarj, trucidare l’arcivescovo o i curiali, scarcerare i detenuti, inveire contro gli abusi del governo secolare ed ecclesiastico; gridando, Mora Cristo e Viva Calvino, eccitare alla libertà, ed occupato il Milanese e fattosene duca, di là spingere le sue conquiste. Scoperto, molti suoi settarj furono arrestati, sette dovettero in duomo far abjura solenne; indi furono rimessi a Roma, e condannati a portar «per contrassegno dei loro falli una mantelletta gialla sopra le spalle». Egli fuggì, e in contumacia il Sant’Uffizio lo processò e condannò, ordinando «omnia illius scripta hæeretica comburenda esse; omnia bona mobilia et immobilia confiscanda et applicanda, vetantes sub pœena latæ sententiæ ne quis.cum illo tentet, recipiat, juvet; et mandantes omnibus patriarchis et primatibus ut ipsum Burrum arrestent, vel arrestandum curent, teneant, certiores nos faciant ut statuamus quid ipsi faciendum; relaxantes ut non solum magistratus secularis sed quilibet qui possit et velit in favorenti fidei nostrae ipsum capiat et teneat».
    Ai 3 gennajo 1661 «l’effigie del detto Giuseppe Francesco Borro, depinto al naturale in un quadro, fu portata per Roma sopra un carro accompagnato dalli ministri della giustizia, nella piazza di Campo di Fiore, dove dal carnefice fu appiccata sulle forche, e dopo abbruciata con i suoi scritti».
    Egli era rifuggito in Isvizzera, ben accolto come vittima dell’Inquisizione, e a Strasburgo «è fama incitasse quegli eretici ad abbruciare pubblicamente la statua del pontefice, forse in vendetta d’esser egli stato abbruciato in effìgie a Roma. In Olanda acquistò gran credito come insigne chimico e medico, e cavalieri e principi di Francia e di Germania veniano per le poste a consultarlo» e conoscerlo onde arricchito sfoggiò; faceasi dare dell’eccellenza, fu dichiarato cittadino d’Amsterdam, e dicono avesse dodicimila doppie in denari e gemme quando, caduto di credito colla facilità ond’era salito, fuggì di colà lasciando pessima fama. Ad Amburgo incontrò Cristina regina di Svezia, che gli diede soccorsi per raggiungere la grand’opera, cioè la tramutazione de’ metalli inferiori in oro. Fallitogli il tentativo, fu a Copenaghen, ove re Federico III gli somministrò ancora denari e comodità per fabbricar oro, anzi gli chiedea consigli politici. Ma il succeduto Cristiano V gli diede cinque-