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Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/210

200 illustri italiani

e serbava i colori locali. Volle morale anche la conchiusione della tragedia, che finisce col coro:

Dalla breve tirannia,
     Che turbò queste contrade,
     Ecco sorger libertade
     Più gradita e bella più.
Ma durare, o patria mia,
     Sol potrà co’ tuoi costumi;
     Temi sempre, o patria, i numi,
     Ama sempre la virtù.

Ragionando di questa sua produzione, egli definiva la poesia «un’arte di imitare coi versi a fine di diletto», col che la separava e dalla storia e dalla filosofia e dall’eloquenza, e riprovava i poemi didascalici, dovendo il suo linguaggio esser figurato e ad immagini, mancante perciò della precisione, che è necessaria per ammaestrare. Non dunque poesia in prosa; non pretendere dalla poesia il vero, anzichè il verosimile, sino a volerne escludere la mitologia, col che condannava, i romantici d’allora, come anche nel ribellarsi ch’essi facevano alle regole. «Il vero critico nè biasima nè approva assolutamente, ma crede potersi conseguir con più mezzi lo stesso fine».

Già da prima egli avea veduto poeticamente la Libertà, «donna del sole assai più bella», in cima agli elvetici colli, e udendola acclamata in Francia, le domandava:

Dea, ti vedrò colà? — Forse», rispose,
E rispondendo un sospir lungo trasse.

Tenuto poi in Francia,


                                   illustri detti e forti
Bevea l’orecchio cupido, e rinati,
Sovra labbra novelle antichi sensi;
E d’ogni parte del bel regno intanto
Col destin, co’ desiri, e colle scritte
Speranze in man de le provincie intere
Giunger vedeansi i cittadini; accolta
In breve spazio è Francia.
                                   Di tutta
La sua pompa, e de’ suoi vezzi vestita
E di fiamme o di tuoni il braccio armata
La grand’arte del dir, siede e comanda
Il silenzio e l’applauso.