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Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/136

126 illustri italiani


La Proposta divenne centro di elucubrazioni su tal proposito, molti aspirando alla gloria d’associare il loro nome a quello del poeta più universalmente lodato in Italia, molti a combatterlo per clarescere magnis inimicitiis. Giulio Perticari, genero del Monti, con una gravezza che parve maestà, con un accozzamento d’autorità che simulava erudizione, rinfiancò le teorie del Napione, ripetè il paradosso del Renouard che il nostro derivi dall’idioma della Linguadoca ed entrambi da un comune, sbocciato dal corrompersi del latino; per disgradare la Toscana sostenne che l’italiano siasi parlato in Sicilia prima che colà, e all’uopo ne’ cumulati esempj alterava il provenzale e il vetusto siculo, per mostrarli conformi al buon toscano; e ne conchiuse che nel Trecento scriveasi bene dapertutto, e perciò il buon vulgare s’ha a dedurre dagli scrittori d’ogni paese.

Ma questi scrittori si erano valsi forse dei dialetti natii? o cercarono imitare il toscano? ed egli stesso non li considera migliori quanto più s’avvicinano ai Toscani che scriveano come parlavano?

Quei che leggono sol per disannojarsi, e danno ragione all’ultimo che parla o che parla più leggiadro, decretarono alla Proposta gli onori del trionfo, trionfo che si riduceva a dichiarare spesso fallace, spesso ignorante la Crusca. Ma alle teorie ed ancor più alle applicazioni di quella si opposero Giovanni Battista Niccolini, Giovanni Rosini, Gino Capponi, Biamonti, Lampredi, Villardi, Michele Colombo, il Montani, il Giordani, il Tommaseo, e ne originò una guerra, dibattuta con vivacità, con passione, con pazienza, con ingiurie, insomma con tutto fuorchè con quella filosofia che eleva le quistioni ad un’altezza, nella cui prospettiva si smarriscono le particolarità.

Mentre ingiuriava agli accademici1, il Monti, nella dedica al marchese Trivulzi, professava che, «rispetto alla lingua, senza dubbio Firenze è l’Atene degli Italiani»; e diceva ai Toscani: «Nella vostra lingua parlata è un tesoro di voci, di modi, necessario alle nuove idee già diffuse nella nazione, necessario alla favella delle scienze e delle arti; perchè non ci fate voi partecipi a tanto tesoro?

Spigolare ne’ libri antichi un qualche vocabolo sfuggito alla diligenza de’ vostri antecessori è facile uffizio, è picciol bene; possiam farlo

  1. «A ognuno rimarrà chiaro che i reverendi Infarinati, tranne ben pochi, furono e sono più che mai una vera mandria di ciuchi». Lettera del 1821 al marchese Trivulzio.