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Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/127


vincenzo monti 117

di Dante, ed egli se ne scagiona con esempj, mentre in realtà arricchiva con legittime frasi il poverissimo dizionario de’ contemporanei di Metastasio. Quasi fosse colpa qualunque fiato d’originalità, ogni frase, ogni idea mostra dedotta da qualche classico, ogni invenzione da qualche antecessore. E coll’autorità vuol difendersi d’aver mescolato la mitologia alle cose religiose: e chiamato villanello quel che si lacera il crin bianco al vedersi rapiti i figliuoli; e d’aver detto dal freddo al caldo polo; nel qual puntiglio talmente s’ostinò, che, sebbene tant’altre cose mutasse, questa non volle mai.

Dalla persuasione che la poesia non abbia bisogno d’esser giusta, purchè ardente e passionata, derivò l’enfasi continua, il sorreggersi con ipotiposi, apostrofi, circonlocuzioni, e aleggiare colla fantasia: facile compito qualvolta si lasci da banda il giudizio.

Gli eroi che ritrae non han carattere e vita individuale; sono forme aeree, non realità o storia.

L’esagerazione poi è sistematica nella frase come nel sentimento; il Vesuvio versa tuoni e folgori; il re di Napoli non è degno di morire del pugnale di Bruto; le Alpi stupefatte tremano al passar dell’esercito pel San Bernardo; Buonaparte ancor generale, nel cielo ha i rivali perchè averli non puote quaggiù; dopo coronato è un Sesostri, è il re della gloria, il signor del fulmine, e sull’opre sue è scritto «Adora e taci»: le croci d’una processione sono orrende, e tartaree le litanie dei supplicanti; la Malaspina è donna immortale, divina l’Antonietta Costa, cui poco mancò che i Genovesi erigessero altari; l’Università di Parma è un Peripato che vincea l’antico, e il duca Ferdinando un Pericle novello, e Aspasia migliore la sua moglie: ogni uomo è un demonio o un dio, anzichè questo impasto reale di grandezza e miseria, di sublimazione e avvilimento.

Di mezzo a ciò, è difficile determinare i veri sentimenti del Monti. Direbbesi che la Bassvilliana sia la più sentita delle sue composizioni, quella certo che il pubblico maggiormente ricorda; pure nemmeno ne’ vecchi suoi giorni si pentì delle demagogiche1, forse

  1. Ch’egli si pentisse de’ versi politici, e che solo l’indiscrezione degli editori gli abbia riprodotti, è smentito da una sua lettera alla Clarina Mosconi di Verona, del settembre 1826, ove, parlando della stampa fatta dalla tipografia milanese dei Classici, la dice «edizione poverissima, perchè di tutte quelle che ho scritto dal 1798 al 1816, nè pure una sillaba mi è stato permesso di ristampare, ed è la parte men cattiva delle mie poesie».