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Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/104

94 illustri italiani

un’avidità di oro, di onori, di materiali godimenti, di mezzo ai quali tutto doveva osannare al Grande e a’ suoi; non discorso, non poesia dovea comparire senza lodi all’uomo e ai tempi. Se non che l’uomo -6 i tempi cangiavano: quel che jeri s’era vilipeso come il più abjetto tiranno, diveniva il suocero dell’eroe: quel barbaro Scita, a cui tutti doveano imprecare, a Tilsit convertivasi nel più grand’uomo, degno di dividere coll’eroe l’imperio del mondo.

Ah! gli è pur difficile non lasciarsi trascinare dalla corrente, fra tanti cambiamenti riconoscere il paradosso, e non creder vero quel ch’è da tutti ripetuto. E parlo de’ sinceri, senza ricordare che, quanto è comune il calcolo d’applaudire ai fortunati del giorno, tanto è rara l’imbecillità di conservar fede ai caduti. E cadde anche quel colosso sotto alla coalizione de’ popoli; in tutto il «glorioso italo regno» non una mano si alzò a sostenerlo, di tante che lo aveano incensato: non una voce a difenderlo, di tante che l’aveano adulato.

Allora si mutò maniera di vedere; la capitale, piena de’ fasti napoleonici, si tappezzò di caricature in sua onta; i liberali disapprovavano quell’arroganza nella forza, il dispregio delle convenzioni, del diritto, delle credenze e abitudini popolari, i troppi sovvertimenti e la scarsa libertà: fin chi rimpiangeva le baldorie e i vantaggi di quel carnevale dispendioso, incolpava il fondator suo d’averne fatto una mera macchina per dare oro alle zecche, carne ai cannoni; il tiranno fu Napoleone, e redentori gli Alleati; repudiate le parole di gloria, di genio, ripeteansi quelle di pace, di giustizia, d’antico senno: caldeggiavansi i diritti del pensiero e dell’ingegno, il progresso morale; si dischiuse uno spettacolo, ben raro nella storia, la passione della pace.

Ma che? passano anni, lunghi e pieni come secoli, e un nipote dell’eroe, con un’altra di quelle imprese che stordiscono e impongono l’ammirazione, all’autorità corrotta sostituendo l’autorità sfrenata, s’asside sul trono di Francia, novamente arbitro dei popoli, proclamatore dei diritti, seminatore di speranze.

Quanti n’abbiam veduti rimettersi allora a venerare il vinto di Lipsia, il martire stizzoso di Sant’Elena, e sostituendo ancora l’idolatria della forza alla religione seria della libertà, cercare non solo lezioni di vigore, ma di libertà e dignità nel sistema di esso, finchè i disastri di Sedan cambiassero modo di giudicare!

Ogni tempo ha luoghi comuni, ricantati con avidità, poi di botto