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Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/98

78 illustri italiani

esulcerate col sangue, faceano riguardare ciascuno, non come membro della stessa repubblica, ma come congiurato d’una fazione. Nelle lunghe guerre la plebe erasi educata alla licenza, al lusso, al furto; tornando satolla di preda, profondea colla spensierata prodigalità di chi acquistò senza fatica; poi trovandosi risospinta nella pristina povertà, maggiormente sentiva le privazioni, guatava con invidia i ricchi, e ribramava guerre e tumulti e torbido in cui pescare; inabile del pari e a possedere e a tollerar chi possedeva.

Chiunque conosce che la possidenza è la base materiale della società, come base morale n’è la famiglia, non potrà non meravigliarsi della poca stabilità ch’essa ebbe fra gli antichi, e sin fra i Romani. Piuttosto che un diritto naturale, consideravasi come una conseguenza di formole religiose o legali, subordinata poi sempre all’alto dominio dello Stato. La delimitazione dell’augure segnava i confini di ciascun fondo; l’ara o le tombe lo consacravano: talchè all’illanguidirsi del sentimento religioso diminuivasi la sicurezza della proprietà. Divenuta legale, restava all’arbitrio de’ legislatori o de’ violenti, e trenta volte vedesi rimpastata, ora con parziali confische, ora colle spropriazioni in cumulo, or colle proscrizioni, colle colonie, colle distribuzioni ai veterani. Soltanto col cristianesimo il sentimento di giustizia dovea diventare una potenza bastante a difendere la proprietà.

Al tempo di Cicerone, la guerra civile, le proscrizioni, l’abolizione de’ debiti aveano mutato violentemente il padrone a tutti i campi, non però il modo di possesso: come già si soleva nelle conquiste esterne, il vincitore sottentrava al vinto coi diritti medesimi, senza che della plebe restasse migliorata la condizione, non rionorato il lavoro, non aperte vie onorevoli al guadagno; se non che il possessore quasi su altro non fondavasi che sull’ingiustizia, sull’usurpazione, sulla denunzia, sull’assassinio.

Travolte le fortune, rotte le tradizioni, acuite la cupidigia e le speranze, chiunque alzasse una bandiera certo trarrebbe dietro una moltitudine, volonterosa di sovvertire l’ordine presente, senza curarsi quale sarebbe a sostituirvi. I primitivi proprietarj spodestati baccaneggiavano nel fôro, vivacchiavano delle largizioni pubbliche, o al più faceano sonare qualche debole ed isolato lamento contro la forza, che eransi assuefatti a riguardare come diritto.

Vedevasi l’abisso, non come colmarlo. Stimolato da Cesare, il tri-