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Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/97


Cicerone 77

E del disprezzo che s’avea per ciò che romano non fosse, è grande indizio la causa stessa che esponiamo. Il senato scorgeva in esso la propria condanna, laonde pensò prevenire lo scandalo che ne sarebbe venuto dalla pubblicità dei rostri; e prima che Cicerone avesse compita la sua requisitoria, condannò Verre all’esigilo ed a restituire quarantacinque milioni di sesterzj ai Siciliani, che ne avevano domandati cento. Le arringhe girarono manuscritte, e restano a provare le trascendenze dell’aristocrazia, e giustificare l’odio che nelle Provincie si portava a questi governatori di Roma. Con una franchezza, di cui vogliamo fargli merito per quanto spalleggiato, Tullio rivelò una folla d’altre prevaricazioni de’ nobili che avevano secondato Verre, talchè dava di colpo a tutta l’aristocrazia, la quale riconoscea sè stessa in qualcuno almeno de’ lineamenti attribuiti a Verre; dimostrava quanto danno derivasse dal lasciar i giudizj in arbitrio del senato; e in fatti Pompeo riuscì ad ottenere che le funzioni giudiziarie fossero ripartite fra i senatori, i cavalieri, i tribuni del tesoro, restando così annichilata l’opera di Silla, che voleva tutto concentrare nell’aristocrazia.


VI.


Quel gran nome di Roma, nel quale patrizj e plebei, agguagliati nelle nozze, ne’ possessi, ne’ magistrati1, si congiungevano alla gloria comune, perdeva il fascino da che Mario e Silla avevano condotto i cittadini gli uni a guerreggiare gli altri, e le nimicizie,

    Domizio, uno schiavo uccise un cinghiale d’enorme grossezza; onde il pretore desiderò vedere quell’uomo destro e forzuto. Ma come intese che uno spiedo gli era bastato a quel colpo, non che lodarlo, ne prese tale sospetto, che il fece crocifiggere, sotto il crudele pretesto che agli schiavi era proibito usar arma qualunque. Cicerone lo racconta freddamente; e conchiude: — Ciò potrà parer severo; io non dico nè sì, nè no».

  1. Tentaverunt connubia patrum significa che anche i plebei voleano nozze legittime e riconosciute, non già, come s’interpreta vulgarmente, che aspirassero alle nozze coi nobili. Tutta la lotta de’ plebei co’ patrizj è elegantissimamente espressa da Floro col dire che i plebei volevano acquistare «nunc libertatem, nunc pudicitiam, tum natalium dignitatem, honorum decora et insigna». Egli stesso (di che lo loda Ballanche, Palingènèsie sociale) scrive: «actus a Servio census quid effecit, nisi ul ipsa se nosset respublica?» È il nosce te ipsum, che il Vico dice aver Solone insegnato al vulgo attico.