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Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/96

76 illustri italiani

a Segesta, libero o schiavo, cittadino o forestiero, avrebbe osato porvi mano; onde Verre chiamò dal Lilibeo operaj stranieri, che ignari della venerazione, a prezzo la trasportarono. Che fremito degli uomini! che pianger delle donne! che desolarsi de’ sacerdoti! La spargeano d’unguenti, la cingevano di corone, l’accompagnavano con profumi sino al confine; e poichè non cessavano di deplorare fosse rimasto solo il piedistallo con iscritto il nome di Scipione, Verre ordinò di portar via anche quello. Più sacra a tutta l’isola era la statua di Cerere in Enna, la dea dirozzatrice della Sicilia, e che in quei campi appunto avea visto rapirsi dal dio Plutone la figlia Proserpina. Che monta? il pretore se la tolse, e agli oppressi insultava col volerli plaudenti; e alla festa con cui commemoravasi la presa di Siracusa per opera di Marcello, ne fece sostituir una al proprio nome.

Tanto permettevasi un pretore in sì breve tempo e alle porte di Roma; ed ogni anno spediva due navi di spoglie e si vantava, — Ho rubato tanto, che non posso venir più condannato». I Siciliani non osavano richiamarsene direttamente al senato, e si raccomandarono a Cicerone (anno 70 av. C), che nell’isola loro aveva lasciato buon nome quando vi fu questore al Lilibeo; ma anche dopo insinuata l’accusa, pretori e littori minacciavano chi venisse a riferire, impedivano i testimonj. Non ostante ciò, non ostante che Verro fosse protetto da amici ragguardevoli, e patrocinato dal celebre Ortensio, dai cavilll forensi e dall’onnipotenza dell’oro, pel quale potè far prorogare i dibattimenti fm all’anno seguente, quando sedeano console Ortensio e pretore Metello, Cicerone ne assunse l’accusa a preghiera de’ Siracusani e de’ Messinesi; e assicurato di protezione da Pompeo, girò l’isola a raccorre testimonianze; presentò la requisitoria, facendovi pompa di tutta l’eloquenza e sonorità sua. Più che colle miserie de’ Siciliani, egli destava il fremito col dipingere come Verre avesse osato di far battere colle verghe nel fôro di Messina un cittadino romano1. Tutti inorridivano a tanto eccesso, senza riflettere alle migliaja che giacevano stivati negli ergastoli, sferzati a morte dal capriccio dei padroni o dall’arbitrio de’ custodi: ma costoro non erano cittadini; eran uomini solamente2.

  1. In Verrem, V, 3.
  2. Nell’orazione stessa Cicerone narra siccome, essendo pretore in Sicilia Lucio