Apri il menu principale

Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/604

580 illustri italiani

principj metodici, la quale non può nascere che da profonda meditazione, eminentemente ne dovremo lodare il nostro maestro. Le dottrine della giurisprudenza le trovi applicate all’economia, sviluppate nella filosofia; una scienza viene a rinfianco dell’altra; tutte sono coordinate a quel sistema, ove sinonimi sono resi prosperità e giustizia. Ebbe egli a ripetermi come dalle dottrine da lui stabilite gli fosse occorso più volte di vederne derivar conseguenze non prevedute, ma non mai d’aversene a pentire o ritrattare. Eppure viveva in tempi di violento cozzo fra le teoriche, di stolte e sapienti, di delire e generose pratiche, fra le quali non è piccola lode che non siansi invecchiate le dottrine del nostro pensatore, e che rimanga siccome rappresentante della scienza, elevata al livello del secolo.

Dopo ciò che accennammo parlando della Genesi, non fa mestieri ripetiamo qual cosa essenziale crediamo mancare ai principj suoi1. Altri derida pure questi sentimentalisti, questi platonici, i quali suppongono ciò che non cade sotto i sensi; ma se la dottrina nostra ci dà spiegazione anche di quello che indarno in altre cerchiamo, grand’impresa avrà alle mani chi ci vorrà indurre a lasciare il certo per l’incerto, se non vogliasi dire il vero pel falso. E nel pensar nostro viepiù ci assodava il vedere come lo stesso analitico Romagnosi si trovasse non di rado condotto a supporre alcun che più lontano, recondito, superiore. Volle con Hobbes far della giustizia nulla più che l’espressione d’un calcolo d’utilità, basato sulle inalterabili relazioni delle cose; ci diede l’uomo automa di Bonnet e Condillac, tutto sensi, tutto cómputi d’amor proprio: pure, ben comprendendo come ciò non valga a spiegare lo slancio, il sagrifizio, che fanno affrontare le beffe, la mitraglia, le pesti, il patibolo, dovette ricorrere al caso, alla fortuna per imprimere quell’urto che

  1. Il dott. Alessandro De Giorgi, che fece l’edizione di tutte le opere del Romagnosi (Milano, 1840 e seg.) in otto grossi volumi, e vi pose l’affetto e la prevenzione di chiunque faticò sulle opere d’un grande, dichiara che, anche nell’opera principale, «ad ogni tratto s’incontrano delle proposizioni, che, prese isolatamente, mal reggerebbero alla prova dei fatti o di solidi argomenti; ma il senso di esse, quando a molte altre si ravvicinino, riceve il più delle volte delle modificazioni». E soggiunge: «Qualche opinione dell’autore chiaramente esposta, e in tutta l’opera ammessa, parvemi indubitatamente falsa». Noto è come lo confutassero il Rosmini, e con insistenza il padre Tapparelli.