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torquato tasso 431


Querele e preghiere continuò finchè, per mezzo del cardinal Cintio Aldobrandini, il papa lo chiamò in Roma ad un onorato riposo, e a ricevere in Campidoglio l’alloro. Alloggiato dai monaci di Montecassino, — Se sventura ti preme (gli diceano) rimanti con noi; questo chiostro è avvezzo a ospiti illustri infelici». Egli rispondeva: — Sono avviato a Roma ad essere coronato poeta in Campidoglio, traendo meco, compagne al trionfo, povertà e malattia. Pure volontieri ci vado; perchè io amo quella città come centro della fede; poichè mio rifugio fu sempre la Chiesa; la Chiesa, madre mia, più tenera di qualunque madre».

Il Tasso vi s’indugiò tre giorni, sempre sentendo la necessità di veder la settima volta Roma «città che è la prima del mondo»; e temeva «non arrivarvi a tempo alla cerimonia, nè spero più rivedervi».

Fuor delle mura della metropoli cattolica l’attendeva gran turba di popolo; e cocchi, cavalieri, milizie: tutti faceano ressa di vederlo, di salutarlo. La carrozza del cardinal Cintio Aldobrandini l’accolse e lo condusse a Clemente VIII che gli disse: — Vi abbiamo destinata la corona d’alloro, affinchè sia da voi onorata quella che finora gli altri onorò».

Le pioggie ostinate del novembre 94 tolsero di far la solennità, che pertanto fu differita all’aprile. Ahimè! i giorni del poeta erano contati. Stremo di salute, non nei palagi degli Aldobrandini, ma si raccolse sul Gianicolo nel convento di Sant’Onofrio, su quell’altura così opportuna a contemplare la città delle glorie cadute.

    sfornitissimo di tutte le cose necessarie. Avrei voluto (poichè gli stampatori non hanno discrezione o pietà o coscienza alcuna) ch’alcun mio amico facesse la spesa, e poi ritraesse i denari.
    «Appena questa state ho comperato per mio gusto due paja di meloni; e benchè io sia stato quasi sempre infermo, molte volte mi sono contentato del manzo per non ispendere in pollastro; e la minestra di lattuca e di zucca, quando ho potuto averne, m’è stata invece di delizia». Al Costantini, 12 settembre, 1590.
    «Io vendei in Mantova, per necessità, per venti scudi un rubino, già donatomi dalla signora duchessa d’Urbino, il quale era stato stimato, da chi più, settanta scudi; da chi meno, trentacinque.... I trentadue scudi non mi furono dati per pagamento d’un anello, ma per quel d’una collana, la quale io gli diedi da vendere, ed egli la vendè quattro scudi meno di quel che pesava l’oro». A Curzio Ardizio, 1581.
    «Io sottoscritto dichiaro d’aver ricevuto dal signor Abram Levi venticinque lire, per le quali ritiene in pegno una spada del mio padre, sei camicie, quattro lenzuoli e due tovaglie». A dì 2 marzo, 1570. Torquato Tasso.