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Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/437


torquato tasso 413

e l’Ariosto, il raziocinio e rimmaginativa, coll’interesse sempre sostenuto, con ostacoli via via crescenti fin ad una catastrofe, alla quale non toglie curiosità l’esser già nel titolo annunziata; sicchè come arte, come romanzo, è stupendamente composto. Pertanto riesce tanto caro, che il censurarlo dispiace, quanto il dire i difetti d’un amico. Anima buona, amorevole, gemebonda, senza la forza che fa reluttare ai mali e ringrandisce nelle patite ingiustizie; la sensibilità formò il suo merito e la sua espiazione; e il secol nostro, cui più non si confaceva la forma del suo poema, si accorò alla persona di lui ed ai misteriosi suoi sofferimenti.

Giovinetto, pati delle vicende di suo padre.

               Me dal sen della madre empia fortuna
               Pargoletto divelse. Ahi! di que’ baci
               Ch’ella bagnò di lacrime dolenti
               Con sospir mi rimembra, e degli ardenti
               Preghi che sen portar l’aure fugaci;
               Ch’io giunger non dovea più volto a volto
               Fra quelle braccia accolto
               Con nodi così stretti e sì tenaci.
               Lasso! e seguii con mal sicure piante
               Quale Ascanio o Camilla il padre errante.

Il Tasso, qual da sè stesso e dall’amico Manso, è descritto, era di volto bianco pallido, capelli castani, barba bionda e folta, testa grande ovale, lineamenti civili in aria donnesca, che indica molto sentimento e pendenza al fantasticare; occhi grandi cilestri, vivaci, tagliati a mandorla, come di chi guarda dentro di sè piuttosto che attorno. Alta persona e nobilmente portata, petto ampio, braccia lunghe e nerborute con mani morbide; gambe asciutte, temperamento sanguigno; tutt’insieme l’aria d’un gentiluomo, unita all’espressione dell’uomo d’ingegno, che diffida degli uomini, eppure gli ama e non sa scostarsene e desidera l’applauso anche de’ mediocri. Egli si qualificava «uomo ozioso nello studio e studioso nell’ozio».

L’indole sua e le prime abitudini lo trassero, anzichè alla vita indipendente, a servire ai principi, del che allora faceansi vanto i gentiluomini, come ora del non aver mai respirato aura di Corte. E mal fu ripagato della immoralità di cui esso li regalò.

Entrato di soli 22 anni (1565) nella Corte d’Alfonso II di Ferrara