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Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/409


ovidio 387

barbari. Colà i venti poteano a segno, da abbatter le torri e portarne i tetti; stridente il freddo, quasi perpetuo il verno, neppur d’estate liquefacevansi le nevi; non che i fiumi e il mare, gelavano i liquori stessi e il vino dispensavasi a pezzi1.

Colà cattiva abitazione, pessimi viveri, acque limacciose. Il suo corpo soffriva di quel clima, e l’animo viepiù. Ammalò, e non l’assisteva medico, non amico; invocava la moglie, la quale non sappiamo perchè nol seguisse, e davale i ricordi, che pur non furono estremi.

Questa descrizione è tutta fantasia poetica? Noi conosciamo come quei paesi, posti quasi sotto la stessa latitudine dell’Italia e in vicinanza del mare, godano mite temperie, e tal ne sia la fertilità, che provedono spesso di biade l’affamata Europa; ed Humboldt imputa Ovidio di non aver sentito la maestosa bellezza della natura che il circondava. Convien dunque in parte aver riguardo al vezzo troppo comune fra’ poeti d’esagerare, e più a chi voleva eccitar la compassione; ma pure credere che grandissimo cambiamento abbiano recato a quelle contrade la civiltà e il diboscamento; del che altri esempj abbiamo.

Mal reale erano le scorrerie continue de’ Barbari confinanti, che spesso predavano gli armenti e le biade, trucidavano gli abitanti, e Ovidio stesso dovette qualche fiata prendere l’armi a difesa, egli che neppur da giovane non le avea maneggiate che per trastullo2. Poi

  1.                     Frigor perpetuo sarmatis ora riget

    De Ponto, II, 7.

                   Nix jacet, et jactam iiec sol pluviæque resolvunt,
                        Indurat boreas perpetuamque facit....
                   Tantaque commoti vis est aquilonis, ut altus
                        Æquet liumo turres, tectaque rapta ferat....
                   Vidimus ingentem glacie consistere Pontum....
                   Udaque consistunt formam servantia testæ
                        Vina; nec hausta meri, sed data frusta bibunt....
                   Quaque rates inerant, pedibus nunc itur, et undas
                        Frigore concretas ungula pulsai equi.

  2.                Aspera militiæ juvenis certamina fugi,
                        Nec nisi lusura movimus arma manu.
                   Nunc senior gladioque latus, scutoque sinistram,
                        Canitiem galeæ subjicioque meam.

    Trist. IV, 1.