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Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/389


cola di rienzo 367

del popolo; ma non gli bastò il coraggio per sostenere la pena mag- giore, quella dell’abbandono: pregò, pianse, tremò, infine rinunziò, e andossi a chiudere in castel Sant’Angelo coi parenti e i pochi fedeli (1348) sinchè fuggì. I suoi nemici rimbalditi, e quei che tremavano di esserglisi mostrati amici, lo fecero appiccare in effigie, e distrussero in un fiato quanto in sette mesi aveva operato.

Il tribuno, errante ma non malvagio, vissuto alcuni anni tra gli eremiti francescani di Monte Majella negli Appennini, ove serpeggiavano le idee de’ Fraticelli, contrarie all’autorità de’ pontefici e al fasto de’ prelati, nell’entusiasmo della solitudine si credette chiamato a cooperare ad una riforma universale, che Dio stava per effettuare onde correggere la ribalda vita del mondo. Per avacciare l’opera si presentò a Carlo di Boemia, dicendo avergli a confidare gravi segreti, e incoraggiarlo alla liberazione d’Italia, e a fornirlo d’armi, senza di cui la giustizia non vale. Ma questi il fece prendere e recare ad Avignone, ove trovò grazia, e per intromessa anche del Petrarca fu assolto della scomunica e lasciato vivere in pace.

Roma riprese freno di temperanza sotto al legato e a due senatori; e il giubileo del 1350 vi attirò gente e danaro1. Ma

  1. «Il dì di natale cominciò la sanla indulgenza a tutti coloro che andarono in pellegrinaggio a Roma, facendo le visitazioni ordinate per la santa Chiesa alla basilica di Santo Pietro e di San Giovanni Laterano e di Santo Paolo fuori di Roma; al quale perdono uomini e femmine d’ogni stato e dignità concorse di Cristiani, con maravigliosa e incredibile moltitudine, essendo di poco tempo innanzi stata la generale mortalità, e ancora essendo in diverse parti d’Europa tra’ fedeli cristiani; e con tanta devozione e umiltà seguivano il romeaggio, che con molta pazienza portavano il disagio del tempo, ch’era uno smisurato freddo, e ghiacci e nevi e acquazzoni, e le vie per tutto disordinate e rotte; e i cammini pieni di dì e di notte d’alberghi, e le case sopra i cammini non eran sofficienti a tenere i cavalli e gli uomini al coperto. Ma i Tedeschi e gli Ungheri, in gregge e a turme grandissime stavano la notte a campo stretti insieme per lo freddo, atandosi con grandi fuochi. E per gli ostellani non si potea rispondere, non che a dare il pane, il vino, la biada, ma di prendere i danari. E molte volte avvenne che i romei, volendo seguire il loro cammino, lasciavano i danari del loro scotto sopra le mense, loro viaggio seguendo: e non era de’ viandanti chi gli togliesse, infino che dell’ostelliere venia chi gli togliesse.
    «Nel cammino non si facea riotte nè romori, ma comportava e ajutava l’uno all’altro con pazienza e conforto. E cominciando alcuni ladroni in terra a rubare e a uccidere, dai romei medesimi erano morti e presi, ajutando a soccorrere l’uno l’altro. I paesani faceano guardare i cammini, e spaventavano i ladroni: sicchè se-