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Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/368

346 illustri italiani

quella di consacrar l’impero della ragione, gl’interi diritti dell’uomo. Pianga l’Europa che questa ambizione non sia stata soddisfatta».

Così egli: ma sarà questa la sentenza dei posteri? Come mai passa ancora per l’incarnazione, pel rappresentante della rivoluzione egli che di libertà conosceva una sola, come certi liberali d’oggi, quella di poter fare tutto ciò che gli piacesse o gli convenisse; conceder miglioramenti e riforme, ma revocabili e nell’interesse del concedente?

Già Bossuet avea detto che, ogni qualvolta si trovi il mezzo di abbagliare le moltitudini col lenocinio della libertà, esse vengono dietro ciecamente, purchè odano quel nome. E l’arte de’ corifei della rivoluzione fu appunto il gridare libertà, e con questa abbatterono religione, monarchia, aristocrazia, repubblica, famiglia, proprietà, superiorità morali ed intellettuali. Il panegirista di Napoleone ha sì poco senno, da voler farne «il tipo, lo stendardo, il principio delle idee liberali». E di fatto egli parla sempre di libertà, e che la voleva dare, ma soggiunge: — Primo dovere d’un principe è fare quel che vuole il popolo, ma la volontà del popolo e i bisogni suoi devono trovarsi non nella bocca di esso, ma nel cuore del principe». In realtà amò la gloria, perchè la gloria era lui; la libertà era impersonale, e perciò non la intendeva. A questo nome, alle pagine che la proclamavano, deliziavansi i nostri padri; inebriavansi di speranze, vagheggiando l’aurora d’una società nuova, d’un’èra di felicità senza limiti. Oggi possiamo ancora restarne invaghiti, ma non dissimularci le fiere disillusioni che vi tennero dietro; le colpe che germinarono da ciascuna di quelle libertà, agognate, ottenute, rejette, ricuperate, rinnegate a vicenda in una serie di rivoluzioni, ognuna delle quali contraddiceva alla precedente; e dove infine prevaleva sempre il diritto del più forte, come conseguenza necessaria della libertà di tutti poter tutto, del rinnegare l’autorità come conservatrice e riedificatrice. In conseguenza la politica non abbracciò l’interesse sociale intero; fu uno degli esercizj dell’attività umana, ma o indifferente, o fin contraria al bene degli individui.

È vero che egli non usurpò il regno a nessuno: lo tolse agli strazj della rivoluzione. Venuto su in tempi ove la demagogia debaccava, pare gli abusi di essa lo disgustassero a segno, che più non badò al popolo, scambiato colla ciurmaglia; non computò se non i modi di reprimerlo, quasi una fiera o irragionevole o sanguinaria, e che non ha spettacolo più giocondo che quel della caduta de’ suoi do-