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Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/364

342 illustri italiani


Solevano gli eroi d’un tempo mettere un intervallo fra i tumulti della vita e il riposo della tomba; e fin ai giorni in cui periva il mondo antico, Carlo V, a cui in molti punti è comparabile Napoleone, volle famigliarizzarsi colla morte sottoponendosi ai lugubri apparati delle proprie esequie. Napoleone no: nella sventura gli mancò, come nella prosperità, la grandezza morale, il rispetto della legge morale, la dignità vereconda e la magnanima rassegnazione. Allora come prima apparve che l’anima sua non era elevata quanto il suo genio: fra tanto coraggio militare non avea mostrato mai coraggio civile; nè mai gli balenò nella coscienza l’idea di dover rendere conto a qualcuno e di qualche cosa.

Avvezzo al comando incondizionato, all’adulazione dei re, quanto non dovette soffrire sotto la rigida custodia di Hudson Lowe, infamato al di là del vero, ma inesorabile custode di colui che riguardava come una jena, che fuggendo metterebbe a strage l’umanità. Napoleone, non che abbonire i suoi carcerieri come Pellico, trovava insulto ogni vigilanza, e fremeva, bestemmiava; sfogo necessario quando più non potea farne contro i grandi che l’attorniassero. Sperò del suo esiglio profittare per la sua gloria, e a Las Gases, a Montholon, ad altri dettò spesso, più spesso raccontò le campagne sue e i suoi divisamenti, sempre ingloriando sè, svilendo i nemici, e sopratutto gl’Inglesi. Le sue Memorie non sono una giustificazione, neppur sempre una spiegazione; posa ancora davanti un pubblico che prevede; donde l’abituale declamazione, e tante chimere egli che pur tanto aveva operato. Ciò che duole, è il trovarvi così scarso l’alito della libertà, nè quasi mai l’umanità fargli dare un sospiro sopra due milioni di giovani che mandò al macello, sopra le nazionalità oltraggiate, sopra la riazione eccitata contro quanto erasi conquistato di dignità e di libertà.

Morendo col crocifìsso sul petto (5 maggio 1821) diceva: — Annunziate che le mie intenzioni furono sempre pure; volevo il bene, frenando la prepotenza, smascherando l’impostura, colpendo l’iniquità; difficili erano i tempi; avevo grandi nemici; mio malgrado fui costretto ad esser severo, non mai però ingiusto e crudele; non potei lentar l’arco; laonde i popoli rimasero privi delle istituzioni liberali che io lor destinava, perchè i miei nemici n’avrebbero tratto profitto».

Anche qui si drappeggia avanti alla posterità quale vorrebbe ch’essa