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Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/296

276 illustri italiani

Francesi, nemici a chi è in isfortuna; se sapessero che un uomo libero vive all’altro capo del mondo, v’andrebbero pel piacere di sterminarlo».

I Bastiesi esultarono della nuova servitù; ma il vile mercato irritò gli altri Côrsi, che inanimati dal Paoli, s’accinsero a mostrare d’esser uomini, non bestiame vendereccio. Aveano i pochi cannoni portati da re Teodoro, alcuni ripescati dal mare, alcuni comprati col vendere i vezzi muliebri di corallo; ma gli insorgenti devono affidarsi nella carabina e nella bajonetta. Qualche Svizzero, qualche Grigione, e volontari Baschi, Greci, Italiani, e un’intera compagnia prussiana, disertata da Genova, vennero a combattere con loro; e nelle rinnovate prove di stupendo eroismo, s’udirono i nomi dei Saliceti, dei Buttafuoco, dei Buonaparte, dei Murati, degli Abbatucci, d’altri, destinati ben presto a sonare tant’alto. Domenico Rivarola corse a combattere per la Corsica, benchè lasciasse due figliuoli nelle mani de’ Genovesi. Gian Pietro Giafferi, assediando la città di Corte, vide sulle mura il proprio figliuolo di quattordici mesi, rapitogli con la balia ed esposto alle palle de’ suoi, eppure egli comandò il fuoco. Clemente Paoli, fratello maggiore di Pasquale, un de’ migllori condottieri, erasi vestito frate e dato alla vita contemplativa, pronto ad uscirne ogniqualvolta tornasse bisogno del suo braccio. Con pochi prodi assediato in Furiani, a settemila cannonate e mille bombe genovesi non si dà vinto, e per cinquantasei giorni si sostiene fra le ruine, finchè n’esce vittorioso; poi quando tutto fu finito, si ritirò nell’eremo toscano di Vallombrosa. Nel campo di Loro, ventun pastori assaltati da ottocento soldati d’Ajaccio, li respingono; ma da altri quattrocento serrati nei paduli, muojono combattendo tutti, tranne uno, che nascosto ne’ cadaveri e lordo di sangue, sperava campar la vita. Quando vennero per recidergli il capo, chiese misericordia: ma il commissario, appesigli alla persona sei teschi de’ suoi, lo fece impiccare e squartare.

Lazzaro Costa in quattro anni toccò trentotto ferite, predò due milioni di franchi; in una settimana pigliò una nave carica di fucili e di trecentrentaquattro barili di polvere, e una di sessantaquattromila franchi e munizioni. Il capitano Casella, nella torre di Nonza circondato dai Francesi, stabilisce di disperatamente resistere, e da ultimo mandar all’aria le mura, e seppellirvisi; abbandonato, continua tutto solo; appunta il cannone, dispone a diverse feritoje i fucili, spara gridando voci diverse. Il Francese, venuto a patti, ac-