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Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/234

214 illustri italiani

ho lasciata l’isola, sento esser morti cinque sesti dei naturali per barbari trattamenti o per fredda inumanità, alcuni di ferro, altri sotto i colpi, molti di fame, la più parte nei monti e nelle caverne, dov’erano fuggiti, per non poter tollerare le fatiche imposte loro». Così scriveva al re, e soggiungea che, quanto a sè, comunque avesse mandati parecchi Indiani in Ispagna affinchè vi fossero venduti, l’avea fatto sempre coll’idea che venissero istruiti nella cattolica religione e nelle arti e costumanze europee, per ritornare quindi nell’isola ad ajutare il dirozzamento dei loro compatrioti.

E sempre Colombo nutriva e desiderj e divisamenti, ma insieme la certezza di non effettuarli; e miserabile, doglioso di gotta, scriveva ancora al re dei grandi servigi che sentivasi capace di rendere. Altro bene non gli restava che le lettere di suo figlio Diego, il quale vivendo allora alla Corte, ingegnavasi di far valere i diritti di suo padre. — Caro figlio (esso gli scrive), io vorrei vedere tue lettere ad ogni ora del giorno: la ragione deve dirti, che a me più nessun altro piacere ormai rimane». Ed ogni volta che gli scrive, gli rammenta le sue angustie: — Sparagna bene nelle spese; è di necessità.... Dopo vent’anni di servigi e fatiche e pericoli tanti, non possiedo in Castiglia un tegolo ove ricoverare il capo; se voglio mangiare o dormire, mi bisogna andar alla locanda; e più volte neppur questo, perchè non ho di che pagare lo scotto». Costretto dunque ad occuparsi strettamente d’economia, diè ragione ai generosi del mondo di tacciarlo d’avidità italiana.

Ben tosto non gli rimase più speranza che in Dio. — Sua Maestà (scrive egli dal letto di morte a Diego de la Doza) non giudica a proposito di mantener le promesse, da lei e dalla regina fattemi sotto la loro parola e il loro sigillo. Per me ho fatto tutto quel che dovevo; lascio il resto a Dio che mi fu propizio sempre».

E morì a Valladolid il 20 maggio 1506, tra i sessantotto e i sessantanove anni. Tratto distintivo di questo grand’uomo è la fede viva, ardente, onnipossente. Credette a rivelazioni divine, alla dominazione universale del cattolicismo coll’andare de’ secoli; correndo a scoprire il nuovo mondo credette alla futura liberazione di Gerusalemme; credette al diritto divino dei regnanti, e questi nol ricambiarono che di spregi; credette alla gloria, all’avvenire, e la posterità diede al nuovo mondo il nome d’un oscuro avventuriere1. Dio, i re, la gloria, ecco il compendio di Cristoforo Colombo.

  1. Vedi Navarrete, Clausolas de testamento de Christoval Colon.