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Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/229


cristoforo colombo 209

rito di Colombo nella sua prima direzione; credette dell’onor suo il prevenire i Portoghesi in queste Indie, oggetto degli ardenti voti della Corte; e propose un nuovo viaggio, in cui, traverso alle isole ed ai continenti già scoperti, s’aprirebbe una strada per rendersi a Calcutta sulle rive del Gange. Qui nuova lotta colle prevenzioni di Fernando; ma ancora Isabella tolse di mezzo tutte le difficoltà. L’11 maggio 1502 Colombo, avendo 66 anni, partì da Cadice con quattro caravelle, e — Questa volta io farò il giro del mondo!» esclamava. Ma la fortuna serbava tal gloria a Magellano; e il destino volea prima di spingere il glorioso vecchio nella tomba, percuoterlo d’altri colpi. La relazione ch’egli stesso ne diresse ai re Cattolici il 7 luglio 1503, è sublime squarcio di commovente malinconia e di nobile rassegnazione; direbbesi abbia voluto deporvi tutti i dolori ond’era inondata l’anima sua.

— Da Cadice tirai alle Canarie, poi alla Dominica. Quando giunsi innanzi all’Ispaniola, feci domandare per grazia un legno pagandolo a contanti, perchè uno di quelli che io conduceva più non era in grado di navigare. Mi vietarono di scendere a terra. Quella notte, durò spaventosa la procella. Chi mai, fosse Giobbe stesso, non sarìa morto di disperazione al vedere che, sebbene si trattasse della salute mia, di mio figlio, di mio fratello, de’ miei amici, m’interdicevano la terra e i porti scoperti a prezzo del mio sangue?

«Navigai verso la terraferma: per sessanta giorni la tempesta non discontinuò, e torrenti d’acqua e trombe e folgori pareano annunziare la fine del mondo. Quelli del mio equipaggio erano al colmo dell’afflizione, e più volte s’erano confessati l’un con l’altro. Io era caduto infermo, e m’era avvicinato alle porte del sepolcro».

Sulla costa di Veraguas «la mia piaga si riaprì, e per nove giorni mi disperarono. Non s’è mai visto un mare così grosso, così spaventoso, così spumeggiante. Il vento mi tenea in questo mare che pareva di sangue, e bolliva come una caldaja a gran fuoco. Il cielo non si offerse mai più tremendo; un giorno e una notte restò infocato come una fornace, e lanciava raggi così infiammati, così furiosi cascavano i fulmini, che tutti credeano dovessero mandar a picco i vascelli. Gli abitanti di questa costa sono grandi incantatori; e questi turbini che ci perseguono, aveano a molti de’ nostri suggerita l’assurda idea che noi fossimo stregati, e lo credono ancora».

Cantù, — Illustri italiani, Vol. 14