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Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/172

152 illustri italiani

il quale volsero che fosse preparato onoratissimo e con molta magnificenza nella detta sua casa, e venuta l’ora del sedere a tavola, uscirono fuori di camera tutti e tre vestiti di raso cremosino in veste lunghe sino in terra, come solevano standosi in casa usare in quei tempi. E data l’acqua alle mani, e fatti seder gli altri, spogliatesi le dette vesti, se ne misero altre di damasco cremesino, e posti di nuovo a tavola, le vesti seconde furono divise fra li servitori, et infine del convito il simil fecero di quelle di velluto, avendosi poi rivestiti nell’abito dei panni consueti, che usavano tutti gli altri. Questa cosa fece maravigliare, anzi restar come attoniti tutti gl’invitati, ma tolti via li mantili e fatti andar fuori dalla sala tutti i servitori, messer Marco, come il più giovane, levato dalla tavola, andò in una delle camere e portò fuori le vesti di panno grosso consumato, con le quali erano venuti a casa, e quivi con alcuni coltelli taglienti cominciarono a discucir alcuni orli e cuciture doppie, e cavar fuori gioje preciosissime in gran quantità, cioè rubini, saphiri, carbonci, diamanti e smeraldi, che in cadauna di dette vesti erano stati cuciti con molto artificio, et in maniera ch’alcuno non si averia potuto immaginare che ivi fossero state; perchè, al partir dal gran Cane, tutte le ricchezze ch’egli aveva loro donate cambiarono in tanti rubini, smeraldi et altre gioje, sapendo certo che, s’altrimente avessero fatto, per sì lungo, difficile et estremo cammino, non saria mai stato possibile che seco avessero potuto portare tanto oro.

«Hor questa dimostrazione di così grande et infinito tesoro di gioje e pietre preziose, che furono poste sopra la tavola, riempiè di nuovo gli astanti di così fatta meraviglia, che restarono come stupidi e fuori di sè stessi, e conobbero veramente ch’erano quegli onorati e valorosi gentiluomini da Cà Polo, di che prima dubitavano: e fecero loro grandissimo onore e reverenza. Divulgata che fu questa cosa per Venezia, subito tutta la città sì de nobili come de popolani corse a casa loro ad abbracciargli e fare tutte quelle carezze e dimostrazioni d’amorevolezza e riverenzia che si potessero immaginare, e messer Maffio, che era il più vecchio, onorarono d’un magistrato, che nella Città in quei tempi era di molta autorità. E tutta la gioventù ogni giorno andava continuamente a visitare e tratteneva messer Marco ch’era umanissimo e gratiosissimo, e gli dimandavano delle cose del Cattajo e del Cane, il quale