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Cicerone 121

(diceva egli) al popolo nostro eterna gloria produsse; questa gli sottomise il mondo; questa è il più sicuro modo d’ottenere il consolato»1. Di quante congiure e sollevazioni non fu Tullio testimonio!2. Sicchè potea ben dire che la repubblica sussisteva di nome, non più di fatto3, e perciò esitare sul partito da abbracciare.


XVI.


Le lettere, raccolte dal liberto Tirone, parte sono sue, dirette ad Attico, al fratello Quinto e a varj personaggi; parte sono di Cesare, Pompeo, Antonio, Bruto, Cassio, Trebonio, Sulpicio, Pollione, e di altri principali in quel periodo memorabilissimo; serie di documenti autentici, a cui niun altro dell’antica storia e pochi della moderna si possano contrapporre, viepiù importanti alla posterità, perchè non ad essa destinati. Per quanto un tal carteggio famigliare riesca talvolta oscuro per allusioni, proverbj, prudenti reticenze, ci lascia meravigliati alla singolare versatilità dell’ingegno di Tullio, alle ampie cognizioni, alla dottrina nelle sue più graziose e schiette forme. Ivi non più retorica, ma il cuore in mano, una vena inesaurabile di spirito, una lingua svincolata dal periodare oratorio, un’eleganza

  1. «Ac nimirum rei militaris virtus præstat ceteris omnibus. Hæc nomen populo romano, hæc huic urbi æternam gloriam peperit, hæc orbem terrarum parere huic imperio coegit; omnes urbanæ res, omnia hæc nostra præclara studia, et hæc forensis laus et industria latent in tutela ac præsidio bellicæ virtutis.... Qui potest dubitare quin, ad consulatum adipiscendum multo plus afferat dignitatis rei militaris, quam juris civilis gloria?» Pro Muræna.
    Ogniqualvolta però cito un’opinione di Cicerone, son quasi sicuro di trovare la precisa opposta in altri suoi scritti, tanto egli è indeterminato e vago. Il capo 21 De officiis prova «longe fortius esse in rebus civilibus excellere, quam in bellicis».
  2. Philipp. II, 9; V, 6; Ad Quirites post reditum. — Lapidationem persæpe vidimus: non ita sæpe, sed nimium tamen sæpe gladios ». Pro Sextio, 36. — Cum quis audiat nullum facinus, nullam audaciam, nulla vim in judicium vocari....» è l’argomento dell’esordio pro Cælio. E nella perorazione: «Oro obtestorque vos, ut, qua in civitate Sextus Clodius absolutus sit, quem vos per biennium aut ministrum seditionis aut ducem vidistis.... in ea civitate ne patiamini illum absolutum muliebri gratia, Marcum Cœlium libidine muliebri condemnatum....»
  3. «Nostris vitiis, non casu aliquo, rempublicam verbo retinemus, re ipsa jampridem amisimus». De rep. V, 1.