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96 Dell'Historie de' Galli Senoni.

carcere; à cui poscia (pentito) fù col perdono, la bacchetta del Generalato di Santa Chiesa donato; il quale in ogni impresa deportandosi da Generoso Campione, per merito delle sue fatiche, fù col suo fratello, e nipote sudetti dal Sommo Pontefice investito della Signoria di Pesaro, di Rimino, di Fano, e di Fossambrone: si che per l’innanzi di questi luoghi furono i Malatesti legitimi possessori, stati essendone per l’adietro fieri Tiranni, come racconta Pio Secondo nel libro decimo de gli suoi Commentarij. Morti poscia i sopradetti Malatesti fratelli, l’Anno 1364. Pandolfo restò di loro legitimo successore nella Signoria dello Stato; & essendo Prencipe di gran valore, fù sempre da Pesaresi con supremi honori benignamente servito, & la sua morte, che seguì l’Anno 1373. venne universalmente da tutti celebrata con pianto; A questi nel valore, e nel Dominio, Malatesta suo germano fratello d’Anni 33. successe. Quindi co’ gli suoi meriti; alla degna carica di Romano Senatore portossi, e con le sue attioni Heroiche, credito grande à se medesimo, & à suoi figli accrebbe, che furono quattro, cioè, Galeazzo, Galeotto, Pandolfo, e Carlo, i quali tutti volle, che ugualmente regnassero, e delli sudditi sentendo le cause, ministrassero la giustitia. Mà deviando questi dai paterni sentieri, contro ogni aspettatione riuscirono crudeli Tiranni: Onde da i popoli furono meritamente dalla Signoria cacciati; benche dopò infiniti travagli, e desperate guerre, Galeazzo à questa Signoria venisse finalmente rimesso. Mà parendo à lui non potervi, per le continue molestie durare, che da Gismondo Nipote suo, e Signore di Rimino haveva, per le pretensioni di quello, sopra la detta Cittade; à persuasione di Federico Feltrio Duca d’Urbino, spogliossi volontariamente di essa, concedendola in dote à Costanza Varana sua nipote, che ad Alessandro Sforza maritossi: Onde fine hebbe da quì la Signoria de i Malatesti in Pesaro, sotto cui, da Giovanni Sciancato sino à Galeazzo stette, intorno à centocinquant’Anni. Vedendo Alessandro, che fù figliuolo di Mutio Attendolo, come nella Marca le cose di Francesco Sforza suo fratello cadevano; dall’armi di Eugenio Quarto intimorito, in mano del suo Legato ponendolo, con tutti gli suoi n’usci: mà con l’aiuto de’ Venetiani risorgendo Francesco, e seco repacificandosi, à forza d’armi tutto questo Dominio da Gradara in fuora, che da Gismondo, sotto nome del Pontefice tenevasi occupò, e ve lo ripose. Agiustatosi con la Sede Apostolica il sudetto Francesco, e dalla Marca per Milano partito; Gismondo tentò con l’armi questa Città ricuperare, per le ragioni antiche de gli suoi Antenati pretendendola sua; mà da’ Milanesi Alessandro soccorso, da queste gravi cure liberossi tosto, come parimente dalle molestie intrinseche, che qual cruda lima nella sinderesi, come non legitimo possessore, le rodevan la mente: Per lo che da Nicolò Quinto Sommo

Pontefice