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suo famoso Discorso su alcuni punti della storia longobardica in Italia; col quale inaugurò quella scuola storica neoguelfa che ebbe assai illustri seguaci, tra i quali Cesare Balbo, Gioberti e altri grandi, e che non poco contribuì ai rivolgimenti politici del 1848. Ma in generale gli storici ed eruditi, si divisero, rispetto a una tale opinione, in due campi opposti. Molti tra i quali il Sigonio, il Muratori, il Savigny, lo Schupfer, lo Sclopis, il Porro, e ultimamente il Ranieri e il Settembrini opinano che i vinti romani non furono ridotti in servitù, e che perdurarono a usare i loro dritti; ma per lo contrario il Troya, il Manzoni e qualche altro scrittore sostennero che i longobardi non concessero agli italiani alcun dritto civile, e che li privarono di tutti i loro possedimenti.

Io però, con la debita riverenza a questi due solenni scrittori, mi attengo alla contraria opinione, non solo perchè è abbracciata dal maggior numero dei moderni eruditi, ma sì veramente perchè è sostenuta da prove che io stimo irrefragrabili, e a cui non è cosa agevole il contraddire.

Inoltre la istoria dei longobardi in Italia fu testé illustrata dalla pubblicazione codex legum longobardarum dato in luce dai monaci benedettini della Trinità della Cava nel napoletano, il quale non contiene unicamente le leggi dei longobardi propriamente dette, ma quelle altresì di Arechi e di Adelchi, principi di Benevento, nonché il patto o giuramento di Giovanni duca di Napoli, le quali leggi costituiscono la prima parte del codice longobardo; e la seconda parte consta dei capitolari dei primi quattro monarchi della stirpe Carolingia che ebbero il governo d’Italia, cioè Carlo Magno, Pipino, Ludovico il Pio e Lotario.

Or tutte queste leggi informate ai principii d’una nascente civiltà, ed eque ed umane più che non davano i tempi, fan chiara testimonianza che i longobardi non tennero i vinti a modo di schiavi. E però assai bene a proposito scriveva il Settembrini: «I longobardi, dopo più secoli avevano già comune con gli italiani la religione, la lingua, i costumi, e avevano fatto un regno d’Italia. Il Manzoni vuol di-