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Pagina:Irving - Lo straniero misterioso (1826).djvu/15


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da violenta agitazione, la mano: «questa, lo sento, mi è troppo cara per non arrischiarla».

Io m’ingegnava ridestare in lui la speranza, rappresentandogli la sua gioventù, l’abbondanza di piaceri che abbelliscono a migliaia la vita: essere questi la più salutevole reazione per un cuore pieno di giovinezza, medicar questi ogni ferita. «Sii via! coraggio! (io gli dicea) non v’è affanno sì grave che sia più forte degli anni in un giovine» — «No, no (egli ripetea, facendosi scricchiolare i denti, e battendosi, con la forza della disperazione, il petto per più riprese): Qui sta, qui! radicato profondamente, qui si beve il sangue del mio cuore, qui ingrandisce, qui giganteggia, intantochè questo si restrigne, si annienta. Sta in mia compagnia un terribile rammentatore che non vuol mi riposi mai, mai! che mi segue a passo a passo, e a passo a passo mi seguirà finchè mi abbia spinto entro il sepolcro».

Così parlandomi portò involontariamente una di quelle sue atterrite occhiate sopra la spalla, e la ritrasse più anche del solito inorridita. Non potei finalmente resistere alla tentazione di fargli alcun cenno allusivo ad una singolarità di gesti, ch’io attribuiva unicamente a qualche malattia nervosa. Fu un istante ricondurlo io a tale idea, farsi il suo volto, rosso no, paonazzo, afferrarmi egli convulso con entrambe le mani.

«Per amor di Dio! (esclamò con acutissima voce) non parlate di questo più mai! Lungi da noi questo argomento, mio amico! Voi non potete portarmi sollievo; assicuratevi, non lo potete, ma bensì accrescere il peso de’ tormenti ch’io soffro. Verrà il giorno che saprete ogni cosa».

Certamente non tornai più su tale argomento; e fosse pur forte la curiosità che mi spronava, troppa era ancora la compassione inspiratami dai suoi patimenti, che mi vietava ogni più lungo intromettermi ne’ suoi segreti. Tentai più di una via a fine di divagarne la mente, e di stoglierla dalle costanti meditazioni che la tenevano assorta; e m’accorsi