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In un viaggio che feci alcun tempo fa nei Paesi-Bassi, giunsi una sera al Pomo d’oro, primaria osteria d’un piccolo villaggio fiammingo. Passata era l’ora della tavola ritonda, sicchè mi fu forza contentarmi di cenar solitario con le reliquie detta mensa maggiore. Erti il tempo freddoso: sedendo soletto in un angolo d’un grande ed oscuro tinello, finita ch’ebbi la cena, aveva dinanzi a me la prospettiva d’una lunga sera nojosa senza verun mezzo visibile di ravvivarla. Chiamai quindi l’ostiere, e richiesto di qualche cosa da leggere, recommi costui l’intiera letteraria suppellettile della sua casa; una bibbia olandese, un almanacco nella stessa lingua, ed un fascio di gazzette vecchie di Parigi. Siccome scorreva sonnacchioso una di queste, leggendovi per entro antiche nuove, e critiche stantie, mi colpivano di tanto in tanto l’orecchio certi scrosci di risa che sembrava provenissero dalla cucina. Chiunque abbia viaggiato sul continente deve sapere qual favorito rifugio sia la cucina d’un’osteria di campagna pei viaggiatori di ordine mezzano ed inferiore, particolarmente in quella equivoca specie di stagione quando un buon fuoco riesce verso la sera gratissimo. Gettai da banda la gazzetta, e cercata la via della cucina, andai ad esplorare il gruppo che tanto pareva gioviale ed allegro. Composto era in parte da viaggiatori giunti poche ore prima in una diligenza, ed in parte dai soliti addetti e parasiti delle osterie, seduti tutti quanti attorno ad una grande stufa brunita, che poteasi in isbaglio prendere per un’ara, cui fossero coloro intenti, ad adorare. Era coperta di vari attrazzi di cucina risplendentissimi, fra’ squali fumava e fischiava un gran vaso da tè di lucidissimo rame: una gran lampada gettava sopra quel gruppo una