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tante cui era per congiungersi: si achettò non pertanto nella conclusione, che stata esser dovea la giovanile impazienza, la quale indotto lo avesse a così spronare innanzi, sollecito più de’ suoi seguaci.

“Mi duole”, disse lo straniero, “mi duole di dovere così inopportunemente —”.

Qui il barone subito l’interruppe con un mondo salutazioni e di complimenti, perchè a dire lai verità ei si piccava assaissimo di cortesia e di eloquenza. Tentò lo straniero una volta o due d’arrestare il torrente delle parole, ma invano; cosicchè, inchinata la testa, lasciò che scorresse. Quando il barone fu giunto ad una pausa, eran già entrati nella corte interna del castello; ed il forastiero sta di nuovo per parlare allorchè fu ancora una volta interrotto dalla comparsa della parte femminina della famiglia conducente fuori con seco la ritrosa sposina tutta coperta di rossore. Ei l’affissò per un momento estatico; sembrava come se tutta l’anima gli uscisse del corpo a quel mirare e si riposasse su quelle amabili forme. Una delle zie le mormorò qualche cosa all’orecchio; fece ella uno sforzo per parlare; l’umidetto occhio cilestro s’alzò timidamente: diede una schiva occhiata indagatrice allo straniero, e si fisse nuovamente al suolo. Le morirono le parole sul labbro; ma un dolce sorriso che scherzava su quel labbro medesimo, ed una lieve fossetta della guancia pudica mostravano non essere quel suo sguardo rimasto male soddisfatto. Era impossibile ad una ragazza dell’appassionata età di dieciotto anni, altamente predisposta all’amore ed al matrimonio, era impossibile non compiacersi di sì galante cavaliere.

La tarda ora in cui era l’ospite arrivato, non lasciava tempo a parlamenti. Il barone suoleva esser perentorio, e differendo ogni conversazione particolare, fino alla mattina susseguente, tosto l’introdusse all’intatto banchetto.

Era questo servito nella gran sala del castello. Pendeano dalle circostanti pareti gli arcigni ritratti favoriti degli eroi della casa di Katzenellenbogen, in un co’ trofei per