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OTTAVE.


Quel dì, Musa, rimembra, in cui sospinto
Fuor dalla patria terra in strania parte,
Vidi in vere sembianze quel che finto
4Altri chiama da te, da tua bell’arte.
Tu fa che sia per me così dipinto,
Che il ver credenza acquisti a parte a parte;
E quel che suona ne’ tuoi detti ciliari
8Dileggiar no, ma venerar s’impari.

Ben tu in guise favelli al volgo ascose,
Ma sempre il vero in sacri accenti veli;
Chè non vuoi tu, che tue sublimi cose
12Un vil dispregiatore occhio disveli.
Però di tue ricchezze prezïose
A saggio sguardo avvien nulla si celi:
Ch’egli li arcan del ver gusta e penetra
16Ne’ dolci carmi di tua bella cetra.

D’Olimpo monte nobil fama suona
Nelle pagine sacre de’ poeti;
Non men che di Parnaso e d’Elicona,
20O d’altri d’onor molto adorni e lieti:
Che il ciel sostenti, e al capo suo corona
Compongono le stelle ed i pianeti;
E lasciati sull’imo e nubi e venti,
24Entri del sol ne’ circoli lucenti.

Io quivi dal desìo, ch’oltre gran tratto
Può greve soma sollevar sull’ali.
Venni portato a voi celere e ratto,
28Com’escon d’arco li pennuti strali.
Il bel monte a mirar, che sopra fatto,
Sta l’aria bassa e la region de’ mali;
E dissoggetto a misere vicende,
32Al turbo sopra e a la tempesta ascende.

Tu fosti meco, o Musa, a la salita,
E invisibil parlasti a’ pensier miei:
E mi hai scoperto alti mister di vita.
36Poichè d’ogni scïenza arbitra sei.
Tu mi dicesti, che Bontà infinita
A mortali consente iniqui e rei
Qui sormontar de le procelle il flutto.
40Che contro dessi uscì dal primo frutto.