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I due sposi si vedevano all’ora della colazione e del pranzo. Ma anche in quei momenti si parlavano assai poco: l’uno nervoso, irritato perchè offeso nel suo orgoglio, pieno di desiderii per quella donna ammirabilmente bella, che era sua moglie e gli apparteneva così poco: l’altra sempre assorta nelle sue tristi meditazioni, sollevando appena di quando in quando i suoi occhioni, in cui la sofferenza metteva spesso delle lacrime.

Passò un mese.

Una mattina che Adriana si trovava più pallida e più triste del solito, Diego dopo averla a lungo osservata con mal repressa ira, disse in tono sardonico.

— Sembra che non possiate dimenticare le memorie del passato, nè chi si è preso giuoco di voi.

Ella ebbe una contrazione nelle sopraciglia ed alzando la testa con aria indignata.

— E quando fosse! — esclamò alteramente — Credetemi, fareste meglio non farmi troppo pensare ad un simile avvenimento. Mi sono spiegata abbastanza prima del mio matrimonio: mi avete voluta lo stesso. Con qual diritto adunque mi rimproverate adesso, cercate scrutare i miei pensieri?...

— Dimenticate che sono vostro marito... e se conoscete la legge...

Adriana l’interruppe con un gesto imperioso.

— La legge non può impedirmi di riflettere a mio piacere: i miei doveri di moglie li conosco meglio di voi, che trascorrete le notti non si sa dove nè1 con chi.

— Se non mi sfuggiste come fate, se non mi

  1. Nell’originale "ne".