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— Vi disse anche il nome di quella fanciulla? — chiese a denti stretti.

— Che m’importava saperlo, dal momento che ero sicura del cuore di Gabriele?

— Ah! sì tenetevelo caro il suo cuore — replicò la contessina con tale inflessione di voce, che fece trasalire la guantaia — soltanto pregate il vostro sposo di essere più prudente e non parlare con tanta leggerezza di voi cogli amici.

Poi, colla massima disinvoltura:

— Siamo intese, mia cara, tengo i guanti per me: la mia cameriera passerà a pagarli.

Senza dare alla giovine il tempo di rispondere, suonò il campanello ed alzata una portiera scomparve. Rientrò nel suo spogliatoio profondamente accasciata e lasciatasi cadere su di un divano, nascose il viso sconvolto in un guanciale di velluto ricamato e pianse, pianse lungamente, mormorando fra i singhiozzi:

— Oh!... infame, infame... ed io che l’amavo tanto.

Una mano che si posò sopra il biondo suo capo, la fece trasalire, alzare di botto... Era suo padre pallidissimo, commosso...

— Ebbene Adriana, avevo ragione?

— Sì, papa, sì... perdono...

Gli si gettò nelle braccia singhiozzando, nascose sul petto di lui, il viso scolorito...

— Non piangere così: colui non merita le tue lacrime, ma il tuo disprezzo.

Ella si scosse, un vivo rossore le salì alla fronte: gli occhi ridivennero asciutti.