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me, disse che i due che sanno più di Dante in Italia, sono il Giuliani e Alfonso. Anche verso all’ultimo tempo di sua vita non lasciò il suo Dante, chè, costretto dalla sua infermità a stare in casa, passava le sere in mezzo a una brigata d’eletti amici che costantemente lo visitavano, leggendo or l’uno or l’altro, e comentandolo in comune. Tutta quanta l’arte per lui, direi, riassumevasi in Dante, che gli piaceva più di tutti, perchè più di tutti riuscì a quello a cui l’arte dovrebbe intendere, cioè di fare intravvedere la vita eternale; perchè Dante ne’ suoni, nei fiori, ne’ canti, nella luce, nelle stelle quasi riuscì a disvelargli quel Paradiso a cui anelava e a cui credeva per fede.

Perciò la religione egli la sentì sotto la forma dell’arte: la sentì nel Cristo che accarezza i Pargoli, nelle figure di Giotto e di Frate Angelico, nel Camposanto di Pisa, in Santa Maria del Fiore, in Santa Maria Novella, nel Sant’Ambrogio di Milano, nella Cattedrale di Siena, nel Paradiso di Dante. E perciò la sua fede non fu mai mortificata da dubbi, perchè, ciò ch’egli credeva, vedea nella fantasia e sentiva nel cuore. Da ciò venne, che alla morte, che agli altri fa paura, alla morte che a lui giungeva preveduta e presentita da tanto tempo, egli s’avviò incontro sereno, confortando frequentemente l’anima de’ cristiani misteri, della conversazione de’ santi uomini, della Bibbia, di Kempis, di Dante. Quandò morì io non fui