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rammo su sporco e fracido come si meritava; e con la tremarella addosso. Io gli davo quanti pugni potevo, più per sfogare la rabbia che m’era venuta che per mantenergli la circolazione del sangue, e Sivori, lo credereste?, si lamentava: — Il mio libro!... Il mio libro... Non bo capito una cosa!... — Non vi dico altro! Quasi quasi si era affogato solo perchè non aveva capito una cosa!

— Non è vero! — brontolai. — Era un’edizione pregevole....

Nessuno mi badò. Ridevano tutti, e più di tutti rise il piccolo Mino, che era venuto in cerca di me. Non desiderando di meglio che sottrarmi alla filosofia del buon senso, chiesi al ragazzo che cosa voleva.

— Se mi comperi i burattini, ti racconto una bella favola.

Ripigliò Moser: — Sublimi poi erano le discussioni col Biondo falegname! Sivori sosteneva che ammazzare una quaglia era uno strappo all’anima universale, come diceva lui; il Biondo invece sosteneva che Domineddio non avrebbe creato le quaglie se non dovessero essere mangiate arrosto. Avevano così diversi punti di vista che Sivori con cinquanta colpi non strappava nulla, e il Biondo — lo confesso, lo ripeto — tirava meglio di me! Ma le quaglie chi le mangiava? chi le gustava di più? Ah quei bocconcini di anima universale! Altro che Spinoza eh, Sivori?

Risero di nuovo. Finchè Mino tirandomi per la giacca mi forzò ad appartarmi con lui in un angolo. Ivi solennemente prese a raccontare:

— «Castelli in aria».... Beppe andava per il bosco..

Intanto udivo Learchi sentenziare, vuotato il bicchiere: