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Egli rispose, goffamente solenne:

— Come a Dio!

— Prendi — dissi io, buttandogli alcune monete nel cappello.

— Voi chi siete? — domandò allora il cieco perplesso, serio; meravigliato egli stesso, pareva, che la voce non gli manifestasse di subito la persona. Finchè rise dalla enorme bocca, che mostrava i denti candidi, e con modo di stupida furbizie:

— Ah! Lo so chi siete!

— Chi sono?

— Lo so! lo so! Era contento; godeva a indugiare nella risposta. Esclamò infine:

— Siete....: lo sposo di Ortensia! Ella arrossì, mentre io ridevo più stupidamente del poveretto.

— Suona Giovannin....; — Ortensia disse con intenzione ironica, nell’avviarsi.

Quando fummo di nuovo al cancello (e il cieco straziava l’«addio, mia bella, addio!») essa mormorò:

Giovannin è forse da invidiare!

Io avevo l’angoscia alla gola; avrei voluto ribattere: «Anch’io credetti invidiarlo un giorno! Ma tu in avvenire sarai felice!»

Chiesi invece, per celarmi:

— Dove vai?

— Su in casa, a cucire.

Nè la rividi in tutto il giorno. «Mette a prova la sua forza di volontà — io pensavo. — Se resiste alla tentazione di star meco le ultime ore, resisterà all’amore fino a guarirne, e forse in breve». Anche lei più forte di me!; ed essa ignorava quant’io soffrivo!