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rarle i miei antichi amori; di apprenderle il disprezzo, il ribrezzo, la nausea, la cattiveria che me n’era rimasta: accrescerle così orrore della sensualità, della colpa e del tradimento; ma avrei fatto male e mi vinsi.

Eppure si sarebbe potuto credere che qualche cosa di quel che turbinava nella mia testa giungesse alla mente di Ortensia.

Uscì a dire con disgustò:

— Anna, che sguaiata! Non ha avuto il coraggio di chiedermi se l’accompagnerei ancora alla fabbrica?

— E tu?

— Io le ho risposto di no. — Perchè no? — mi ha chiesto. — Perchè no! e basta. — E lei: — Avrai da tener compagnia a Sivori. A te, che gli vuoi bene, non fa le critiche che fa a me.

— Certo che gli voglio bene a Sivori: tanto tanto! — Gliel’ho detto perchè ci ha rabbia. Ma non parliamone più, di colei. Mi fa ribrezzo!

Se non che un istante dopo aggiunse:

— Sa che Anna studia il canto?

— Per caffè-chantant è adatta — io mormorai.

— E sa che nome mi ha messo a me, per canzonarmi? «La Regina Ortensia di Valdigorgo.» Crede di farmi dispetto! Eh! perchè faccio spesso a mio modo e dico: piace a me e basta; comando a tutti, anche a Sivori, il nome non mi sta male!

— Anche a Roveni comandi?

— Sì che anche Roveni mi ubbidirebbe! Ma non comando mai nulla, a lui.

Io ripresi, senza più sorridere, con risoluzione che sembrò improvvisa:

— Anna lasciala cantare. Quanto a me, presto