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Cercai anche con incerti occhi il fumo che rimaneva del falò acceso dai ragazzi; e quel povero segno umano vaporava subito, svaniva; non altro a vederlo che quanto rimaneva d’un rogo con cui pochi mortali, già travolti nelle tenebra, avessero creduto placare il Dio o il fato inesorabile.

Non un suono, non un grido; morte. Ma allo smarrimento di me stesso, che volevo fuggire da me stesso e non potevo, mi seguiva a poco a poco una rassegnazione di schiavo, una prostrazione di vile, un impulso a pregare, una tentazione a piangere, un doloroso desiderio dei miei, che mi avevano preceduto nella morte e nell’ombra.

— Che fa quassù?

Mi voltai. Ortensia accorreva.

— E ora di pranzo — esclamò giuliva.

Ella ansimava per la corsa e per l’erta.

Ma arrestandosi d’un tratto, non attese più a me; rapita d’un tratto, più presto, di me, con maggior impeto verso quella splendida agonia del giorno.

Quindi mutata in viso mormorò:

— Che tristezza, non è vero?

Io la guardai negli occhi. E vidi un’anima.


Non era strano che questo ricordo di tre anni avanti mi tornasse in mente ora, quando la mia mente ripugnava da ogni considerazione che non fosse il mio male presente e immenso?

Poi seguì al ricordo un’idea ugualmente strana: — per riprender la vita non mi gioverebbe tornar fra ragazzi quale un ragazzo? — Guardai Ortensia mentre chiacchierava.... Avevo visto un’anima.... Ma adesso Ortensia era sui dicias-