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con la sensazione che avevo provata un’altra volta, al folgorare nella mia mente di quella stessa idea; ma il mio terrore fu vinto da quello sforzo, fu convertito quasi in una muta ilarità, che mi si agghiacciò in faccia.

Ortensia, al volger d’una pagina disse:

— Basta, signor Oliviero!; sono stanca. — Poi: — Che è stato? — esclamò balzando in piedi. — Il sorriso brutto! Perchè?

Proruppi:

— A questo mondo tutto è possibile! Ogni errore, ogni colpa, ogni vigliaccheria, ogni infamia! È fin possibile che tu m’inganni; che tu sia falsa!...

Alle mie parole subito il volto di lei dimostrò uno stupore così doloroso, un’angoscia tale di ingiusta accusa, che fui costretto a contenermi, pentito, dall’eccesso della passione. Ella domandava:

— Perchè mi dice così?

Era atterrita

— Non spaventarti — risposi con viso diverso ma con sorriso sempre ironico. — Una nuvola che passa.... Ho appreso una bella notizia.... Solo, mi è spiaciuto apprenderla da altri, non da te.

— Quale notizia?

— Che l’ingegner Roveni...., forse o senza forse....

— Anche lei! — m’interruppe riavendosi e tendendomi un dito agli occhi, al modo di Mino quando incolpava qualcuno. — Anche lei?! Da lei, questa, non me l’aspettavo! No, no! non me l’aspettavo! — essa ripeteva sdegnata.

Triste io, e incauto, procedetti al solo rimprovero che potevo muoverle;