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s’inürba; le donne, quelle sono sempre le stesse in tutti i paesi e per tutte le cose, allargano le braccia nell’atto di esclamare: “Gesù Maria!” e poi si mettono a parlare fra loro, a gestire, a fare, come dice il Guadagnoli nel suo poemetto Il Naso, una casa del diavolo in miniatura.

Ed è a mezzo del cadenzato discorso del cappellano, fra tutto questo buscherio, sopra il quale, noi, villeggianti milanesi, lanciamo uno sguardo di compatimento, che l’automobile passa superbamente trombettando e scompare.

Quelli però che si sono spinti sulla strada lo accompagnano cogli occhi e qualche ragazzo, scossa via la paura lo rincorre chiamando la bella siorina che si volta e saluta, mentre la macchina sbuffa.

Dietro l’automobile, che tenta la salita, non rimane che una nube e una piccola striscia d’acqua; qualcuno dei montanari la tocca, mentre gli altri annusano l’aria.

Nella chiesetta il cappellano ha terminato di parlare e si riprende il canto fermo alla romana, nel quale i ragazzi entrano talvolta con degli acuti stonati; molti occhi però guardano sulla strada bianca, scrutando, con la speranza di rivedere l’agile meccanismo volar giù per la china e di riprovare quell’impressione di paurosa maraviglia, che li aveva poco prima sconvolti.

Tutti sanno che la strada carrozzabile diventa a Tornadri un sentiero il quale s’inerpica tra i monti e sanno pure che Tornadri non può offrire a dei signori, che corrono con l’automobile,