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e dello sfondo, si era tesa così ch’egli provava un disagio fisico crescente. E lo sforzo continuo per mantenere questa divìsione, per costringere una parte del suo pensiero e della sua volontà ad imporsi al pensiero ed alla volontà contraria di Marianna, e l’altra ad afferrare e mantenere la visione imminente, rendeva il disagio di attimo in attimo più doloroso, più acuto, insopportabile.
Il pittore doveva sostituire all’anima di Marianna l’anima sua, e nel medesimo tempo, dentro l’anima sua, che tante volte l’aveva sognata e sentita, doveva chiudere tutta la tragica potenza i e contrasti dell’invocazione. L’opera d’arte gli sarebbe riuscita solo a questo patto.
Nell’attesa, rabbrividiva di spasimo, sudava freddo; eppure s’era slacciato la camicia dinnanzi, perchè soffocava.
Finalmente il lampo irradiò, vivido, seguito subito da pioggia e da tuono.
Il pittore diè un grande urlo di rabbia:
“Non così, Marianna!” e s’avventò sulle roccie, la prese per gli abiti, che aveva stretti alla vita, e glie li strappò.
“Via, via... tutto tutto!...” e le divelse, dal torace la giubbetta, dai fianchi le gonne e la camicia, parlando sempre con una voce che non era la sua: poi, svestita così, l’obbligò a tendersi sopra l’abisso.
E il nuovo lampo la colse: a mezzo del pianoro il giovane dominò tutto l’orrore del suo quadro e applaudì superbo, felice.