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cantevole, e apparve anche in fondo, a sinistra, il lago Palù, con la sua casetta sulla sponda e un burchiello cullato dal breve fiottío dell’acqua.

Radice volle riposare, poi si discese: cercammo le baite, si fece una zuppa di latte e la si mangiò all’aria aperta, sotto il cielo che s’era coperto di nubi; ma il liquido era così gelato che ci presero i brividi; su, allora, presto, al lago, verso la casetta come verso un rifugio.

Era abitata, ci avevano detto, da una famiglia milanese: infatti, sul greto, passeggiavano una signora ed un uomo, che avvertirono appena il nostro arrivo, accennando un saluto in risposta al chiaro buon giorno che loro indirizzammo.

A me il freddo era completamente passato, Radice lo sentiva ancora nell’ossa; ci buttammo sull’erba a fianco della casuccia: avevo intenzione di richiedere ai proprietari qualche bevanda forte per l’amico mio che s’era sbiancato in volto e batteva un poco i denti; ma Piero si oppose così recisamente insistendo, perchè io non cercassi nulla, che dovetti accontentarlo.

Speravo d’altra parte che i signori, arrivati quasi con noi all’abitazione, attaccassero meco discorso, e, da una parola ad un altra, si venisse a quelle tanto naturali:

“Saranno stanchi! accettino qualcosa! perlomeno da bere...”

Invece nulla.

Uscirono dalla casa la donna di servizio e due belle ragazze: la domestica venne a domandarmi s’io fossi l’Ingegner Altieri; naturalmente risposi