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Ma la prima impressione di paura è vinta: la sicurezza placida e serena del curato, che, prima di incamminarsi, riaccende la storta pipetta, le barzellette che si accoppiano alle volute azzurre di fumo che egli sprigiona dalle labbra, hanno soffocato in me ogni timore. Lo Spini invece non è del tutto sicuro, e, guardando il sentiero, che talvolta si perde o sembra terminare ad un rapidissimo scoscendersi della montagna, frammezzo a macigni sporgenti nel vuoto, domanda:

“È di là che bisogna passare?”

Poichè, è bene saperlo, noi siamo sopra una costa scoscesa, a perpendicolo sulla valle, e il sentiero, appena segnato, è una sfumatura, una vena, in due punti può essere paragonato a un filo che sta sull’abisso. E lo scoscendimento roccioso da noi veduto, che è il fianco della montagna minante e che sembra impossibile al passaggio, quello che ha strappato al canonico la domanda angosciosa: “È di là che bisogna passare?!” è uno dei punti più belli, più facili, più interessanti e meno pericolosi.

Avanti, avanti, canonico!

E il canonico avanza, tasteggiando il terreno con l’alpenstok, appoggiandosi con la mano, talvolta afferrandosi alla riva superiore, assicurando molto bene il piede prima di arrischiare il passo, ed io gli sto dietro, certo con più sicurezza nell’incesso, ma con eguale timore: passiamo così la sporgenza e si libera un grande respiro dal petto.

Ma, ahimè! mentre ci fermiamo un attimo, e