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22 ILIADE 560-589

560d’Asio al figliuolo. Adamante: ché presso a lui fattosi, a mezzo
lo scudo gli colpí. Ma vana la cuspide rese,
gl’invidiò quella vita Posídone azzurro nel crine:
mezza confitta restò nel palvese d’Antíloco l’asta,
come un palo mezzo arso: al suolo piombò l’altra mezza.
565Ed egli ripiegò fra i compagni, a schivare la morte.
Ma dietro lui Merióne movendo, mentr’egli cedeva,
tra l’umbilico ed il pube gl’immerse la lancia, ove Marte
piú dolorose rende le piaghe ai dogliosi mortali.
Quivi la punta gl’immerse: guizzava seguendo la lancia,
570quello; e pareva un bue che, su per i monti, i bifolchi
contro sua voglia, a forza trascinano, avvinto di funi.
Si contorceva Adamante, colpito cosí; ma per poco:
sinché, fatto a lui presso, l’eroe Merióne, la lancia
fuor dalle carni gli trasse: gli corse allor buio sugli occhi.
     575Ed Èleno da presso colpí sulla tempia Dipíro,
con una spada grande di Troia, e l’elmetto gli franse.
Cadde, sbalzato a terra, l’elmetto; e fra i piedi agli Achivi
che combattevano, corse rotondo; e qualcun lo raccolse;
e sopra gli occhi a quello profonda si stese una notte.
     580E Menelao, l’Atríde guerriero, fu preso dal cruccio,
e minaccioso mosse contro Èleno, il principe eroe,
squassando l’asta acuta: tese Èleno il braccio dell’arco;
ed ambi a un punto stesso, si fecero innanzi a colpire,
l’uno con l’asta, l’altro dal nervo scagliando una freccia.
585Il Priamíde colpí Menelao con la freccia nel petto,
nel cavo dell’usbergo; ma indietro balzò la saetta.
Come in un’aia larga, dal piatto del gran ventilabro,
le negre fave e i ceci lontano rimbalzano, spinti
dalla fischiante brezza, dal colpo del ventilatore: