Pagina:Iliade (Romagnoli) I.djvu/270

589-618 CANTO IX 215

gli stranïeri via conducono pargoli e donne.
Udendo questi orrori, fu scosso alla fine il suo cuore:
chiuse le membra tutte nell’armi sue lucide, e mosse.
Dunque, cosí tenne lungi dagli Ètoli il giorno fatale,
cedendo al proprio cuore. Né gli altri gli diedero i doni
molti e graditi; eppure salvò da sciagura la patria».
Ma tu simili idee non volger, né un dèmone tristo
a ciò ti spinga, o caro: ché peggio sarebbe, soccorso
recar, quando le navi bruciassero: accetta i presenti,
e vieni: onore a te faran come a un Nume gli Achivi.
Ma se la guerra dovrai micidiale affrontar senza doni,
neppur se l’inimico respingi, avrai simile onore».
     E a lui questo il Pelíde dai piedi veloci rispose:
«Fenice, vecchio babbo, di Giove rampollo, bisogno
non ho di questo onore. La sorte di Giove, confido,
onore a me darà, trattenendomi presso le navi,
sin che il respiro io tragga, sinché salde avrò le ginocchia.
E un’altra cosa ancora ti dico, e tu figgila in mente:
piú non volermi il cuore turbare con pianti e querele,
per compiacere l’eroe figliuolo d’Atrèo: tu non devi
amarlo, se non vuoi che teco mi crucci, io che t’amo:
a te conviene offesa recare a chi offesa mi reca.
Sovrano meco sii, partecipa meco ogni onore.
Vadano questi a recare l’annuncio; e in un morbido letto
meco tu resta qui: diman, come fulga l’Aurora,
decideremo se in patria tornare convenga, o restare».
     Disse. E con gli occhi, senza parlare, fe’ a Pàtroclo cenno
che per Fenice apprestasse un solido letto, e che gli altri,
via dalla tenda, al ritorno pensassero. E Aiace divino,
di Telamóne figlio, parlò queste alate parole: