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529-558 CANTO IX 213

Ora, un malanno inviò agli Ètoli Artèmide, irata,
che non le avesse offerte primizie nel poggio dell’orto
Enèo, mentre ecatombi godevano gli altri Celesti.
Sola non ebbe offerte la figlia di Giove possente,
oblio che fosse, o spregio, che l’anima cieca gli rese.
E irata allor, la Diva fanciulla che vaga è di frecce,
contro gli spinse un cinghiale di candide zanne, selvaggio,
che devastava, con dànno perenne, le terre d’Enèo,
l’uno su l’altro a terra svelleva molti alberi grandi,
con le radici via sbarbate, col fiore dei pomi.
Morte gli diede infine il figlio d’Enèo, Meleagro,
che cacciatori e segugi da molte città quivi addusse;
ché non bastò la forza di pochi mortali, a domarlo,
tanto era grande; e molti mandò su la pira fatale.
Rissa la Diva allora d’intorno al cinghiale e tumulto
per la sua testa accese, pel cuoio di setole fitto,
fra gli Ètoli dal cuore gagliardo, e la gente Curèta.
Ora, sinché pugnò Meleagro diletto di Marte,
trista ai Curèti volse la sorte; né fuor dalle mura
reggevan dei nemici, sebben molti fossero, all’urto.
Ma quando Meleagro fu invaso dall’ira, che il petto
a molti altri pur gonfia, per quanto provvisti di senno,
contro sua madre Altèa, crucciato nel cuor, si ritrasse
presso la sposa sua, Cleopatra dal fulgido viso,
figliuola di Marpessa dall’agil malleolo, figlia
d’Evèno, e d’Ida, ch’era fra gli uomini tutti il più forte:
d’Ida che per la sua fanciulla dagli agili piedi
tendere l’arco osò contro Febo che lungi saetta.
Lei nella casa il padre, la madre onorata. Alcïone
solean chiamare, nome di vezzo, perché la sua madre