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PREFAZIONE XXIII


Sempre alla conquista, alla preda, al saccheggio. Ulisse narra come azioni naturalissime le piraterie sue e dei compagni. E quando non ci sono stranieri da combattere, si straziano in lotte intestine, da regione a regione, da città a città.

E la vita di ciascun eroe è, in genere, un solo tessuto di delitti. Per delitti li vediamo quasi tutti (p. e., Patroclo, Tideo, Bellerofonte) andare esuli dalla patria. E piú spesso esercitati contro parenti. Peleo e Telamone uccidono prima il fratellastro Foco, poi il suocero Euritione. Atreo e Tieste, il fratellastro Crisippo, Meleagro gli zii. La loro ferocia è inaudita, orride le vendette: c’è appena bisogno di ricordare Eteocle e Polinice, Tideo che divora il cervello di Melanippo, Atreo che imbandisce a Tieste la carne dei figli.

E degne di loro le loro donne: Pasífae, Fedra, Elena, Clitemnestra. Belle tutte, di bellezza divina; esperte d’ogni eleganza, d’ogni squisitezza femminile; ma lascive sino alla mostruosità, feroci sino alla raffinatezza.

E come esse son sempre pronte a passare da un uomo all’altro, cosí gli uomini cambiano piú mogli che possono. Atreo sposa prima Cleola, poi Eròpe, vedova (o addirittura ancora sposa) del figlio Plístene, poi Pelopia, figlia del fratello Tieste. Telamone sposa prima Glauca, poi Peribèa, infine Esíone. Pelèo, prima Antigone, poi Tetide. E l’incesto, che spesso si sfiora, non di rado si compie.

Questa violenza di passioni, questo cieco abbandonarsi agli istinti, questo calpestare ogni legge umana e divina, ci fa pensare ai signorotti del cinquecento italiani. Non erano su una linea etica molto differente i magnanimi Achei dalle belle chiome.

E n’ebbero coscienza, parrebbe. Stènelo, figlio di Capanèo,