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prefazione xix


Non io dir cannibale un Nume
saprei: da me lungi il pensiero!
chi lingua ha maledica, lo coglie sciagura.

Ma di queste assurdità, di queste brutture, nei poemi d’Omero quasi non esiste traccia. Il mito omerico è incomparabilmente piú puro e schietto. È sano. Dopo Omero è còlto da una vera e propria malattia, che lo contàmina di schianze e di tumori.

Dunque, l’Iliade, è storia. E se l’analizziamo criticamente, vediamo a poco a poco linearsene il tronco e i solidi rami, e comporsi intorno ad essi, con masse ben proporzionate, e sempre vivaci e nutrite di linfa, le frondi che una saputa ipercritica diceva secche, rimorte, e accumulate in mucchi informi dal capriccio dei venti.

E se ogni parte dell’Iliade è documento storico, fra le piú genuine ed integre sono da annoverare le genealogie. Queste non possono certo essere invenzioni del poeta. Ad un poeta, la piú elementare intuizione diceva che delle genealogie non costituivano davvero un grande adornamento della poesia, un elemento di varietà e di diletto. Se tuttavia le introdusse con tanta larghezza, con tanta costanza, egli credé certo di far piacere, di lusingare qualcuno. E non già questa o quella famiglia; ché probabilmente a suo tempo le famiglie dei principotti che egli cantava non esistevano piú; bensí a tutto il popolo. Il quale, dunque, in quelle genealogie doveva riconoscere, cristallizzate nel ritmo che agevola il ricordo, pagine della propria storia.

E se interroghiamo le genealogie, vediamo che i loro responsi armonizzano mirabilmente con tutti gli altri aspetti, ricostruiti da altre fonti, della civiltà preomerica.