Pagina:Iliade (Monti).djvu/405

72 iliade v.558

I destrieri scotendo il vôto cocchio
Orrendamente. Ma v’accorse pronto
Di Panto il figlio, che parossi innanzi560
Ai frementi corsieri; e ad Astinóo
Di Protaon fidandoli, con molto
Raccomandar lo prega averli in cura
E seguirlo vicin. Ciò fatto, il prode
Riede alla zuffa, e tra i primier si mesce.565
Pose allor Teucro un altro dardo in cocca
Alla mira d’Ettorre: e qui finita
Tutta alle navi si saría la pugna,
Se al fortissimo eroe togliea l’acerbo
Quadrel la vita. Ma lo vide il guardo570
Della mente di Giove, che d’Ettorre
Custodía la persona, e privo fece
Di quella gloria il Telamónio Teucro:
Chè il Dio, nell’atto del tirar, gli ruppe
Del bell’arco la corda, onde svïossi575
Il ferreo strale, e l’arco di man cadde.
Inorridito si rivolse Teucro
Al suo fratello, e disse: Ohimè! precise
Della nostra battaglia un Dio per certo
Tutta la speme, un Dio che dalla mano580
L’arco mi scosse, e il nervo ne diruppe
Pur contorto di fresco, e ch’io medesmo
Gli adattai questa mane, onde il frequente
Scoccar de’ dardi sostener potesse.
   O mio diletto, gli rispose Aiace,585
Poichè l’arco ti franse un Dio, nemico
Dell’onor degli Achivi, al suolo il lascia
Con esso le saette; e l’asta impugna
E lo scudo, e co’ Teucri entra in battaglia,
Ed agli altri fa core; onde, se prese590
Esser denno le navi, almen non sia