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Lisbet era bianca, grassa e superba; Lyly allegro, pazzo e affettuoso; amava un poco la sua compagna e cercava di amicarsela; la rincorreva e nelle ore d’intimità, quando essa dormiva grave e solenne, le leccava le orecchie rosee, ma Lisbet non si commoveva punto e lo graffiava. Tuttavia qualche volta smetteva la sua olimpica solennità, ringiovaniva e giuocava volentieri. Quando mangiavano graffiava più che mai il grazioso ed avido Lyly, e se non riusciva a farlo allontanare, si allontanava essa, aspettando. Preferiva piuttosto gli avanzi che mangiare con lui. Ma all’infuori di questa sua antipatia, era buona, pacifica, e guardava Elena con gli enormi occhi biondi e parea che avesse un’anima.

— Che errori! — disse Elena piegando la lettera. — Possibile che tu sia così ignorante! Non sai scriver due righe!

— Un’altra volta scrivi tu, o metti i tuoi figli! — rispose Giovanna accennando ai gatti.

— Scriverebbero meglio di te! Se scrivi così a Paolo sarà proprio contento! Ah, ecco il tuo risolino!

Era un risolino caratteristico, lieto, rivelatore, involontario, che apriva la bocca di Giovanna, e che le segnava un cerchio intorno al mento, ogni volta che si parlava di De-Cerere. Dava fortemente ai nervi ad Elena, che sempre si prometteva di non accennare a Paolo, di non ricordarlo mai davanti a Giovanna. Invece vi