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rissima — possedevano bellissimi occhi oscuri, grandi e profondi, limpidi e intelligentissimi, che con una sorprendente mobilità cambiavano d’espressione ad ogni nota del cembalo. Erano le due sorelle di Cosimo, piccole, pallide e bianche in viso e dal profilo irregolare; si sarebbero rassomigliate quasi perfettamente, se la minore non fosse stata più robusta, con le guance piene, le sopracciglia appena disegnate e i capelli chiari, quasi del colore di quelli della signorina biancovestita.

Giovanna era una graziosissima ragazza, senza esser bella nè delicata; aveva diciotto anni e dei piedini invisibili; era quasi ancora una bimba, ma una bimba maliziosa, una rosa non ancora sbocciata; qualcosa di morbido, di pieno, di desiderabile e adorabile che faceva dire — è una cosa bella — senza esserla precisamente.

La maggiore era più esile e sottile; e i capelli oscuri, le folte sopracciglia congiunte, le ciglia lunghe e una certa delicatezza nei contorni del visino scarno le davano una fisionomia affatto diversa. Poi, pensando ai suoi venti anni, ella assumeva una cert’aria seria di donnina pensierosa.

In fondo al salotto, sedute sul divano coperto di bianco, la signora d’età e la madre di Cosimo ragionavano di molte cose utili, badando poco alla musica che copriva la loro voce.

Donna Francesca Bancu apparteneva ad una